Gian Luigi Beccaria,
Sicuterat. Il latino di chi non lo sa:
Bibbia e liturgia nell'italiano e nei dialetti,
Milano, Garzanti, 1999

di Patrizia Arquint

 
      Questo libro, dice l'autore, vuol documentare un pezzo di lingua che fatalmente si sta estinguendo. In effetti, pur senza contare che ora come ora in chiesa ci si va pochino, la liturgia non è più in latino e perciò non si potrà più storpiare, parodiare e comunque saccheggiare per scopi espressivi quel grande patrimonio comune; e quello che già, storpiando, parodiando e saccheggiando, si è acquisito alle parlate italiane, finirà in buona parte per diventare incomprensibile. D'altronde, ripete più volte l'autore, il latino estraniava, spaventava e irritava il fedele incolto. E si cita anche Renzo e il latinorum: se non che il latinorum a cui Renzo si ribellava non era quello liturgico, e viceversa quel latino liturgico Renzo sarebbe stato ben lieto di sentirselo dire, se don Abbondio l'avesse usato per unirlo in matrimonio con Lucia. Ed è vero che dalla catena fonica del paternoster il popolo ignaro di ogni latinuccio ha estratto, oltre alla celebre donna Bissodia ('da nobis hodie'), un certo Tenenosse in du' casse ('et ne nos inducas') e il sinistro maloàme ('libera nos a malo. Amen'), però Beccaria medesimo ricorda che suo nonno diceva, per ciò che era indiscutibilmente evidente, ciàir ['chiaro'] cume 'l paternoster. Senza infine contare il dato banale che donna Bissodia e Tenenosse non hanno svuotato le chiese, né poi la messa in italiano le ha riempite. Insomma, la questione dei rapporti fra liturgia e timor di Dio non è così semplice e, piuttosto che ripetere il luogo comune dei buoni cristiani umiliati e respinti dal latino, forse conveniva lasciare detta questione in sospeso, tanto più che il materiale linguistico da inventariare non mancava (e non che nel libro ci sia tutto: si sono scandagliati soprattutto i dialetti settentrionali).

     Tanta quantità un po' si ripercuote sulla qualità delle analisi, che sono afflitte da una certa frettolosità e da qualche svista. Vitam aeternam, per esempio, non è nel Requiem (p. 107). La persona che non capisce l'espressione serva mandata ('osserva i comandamenti') in un sonetto del Belli non è il prete ma il fedele che commenta la predica: "Ma sta serva chi è? Cchi cce la manna?" (p. 16).

     La materia è presentata discorsivamente, per capitoli intestati a meccanismi linguistici ("Deformazioni e stravolgimenti burleschi"), oppure a fonti ("La messa"), o a qualche tema particolare ("Far da Marta e Maddalena"), etc. Si capisce che la stessa parola o locuzione potrebbe stare (e talvolta sta) in due o tre capitoli diversi. Questo non sarebbe un problema se ci fosse un indice dei lemmi. In realtà c'è solo un indice analitico (nove paginette scarse), in cui si trova per esempio l'italiano visibilio, ma non i dialettali vüsübili, üsibilio, bisibili etc., di uguale etimo e significato non identico; c'è san Cristoforo, ma non tòfolo o tofoloto 'grassoccio' in veneziano e triestino; c'è il latino venia, ma non i suoi derivati dialettali invenie 'moine', svernie o svergne 'smorfie'. Come mai gli indici, in quest'epoca in cui, grazie al computer, dovrebbero essere sempre più ricchi e ben fatti, diventino invece sempre più scarsi e fatti male, è un'altra questione che si lascia in sospeso.