Silvio Bernardini,
Il Serpente e la Sirena. Il sacro e l'enigma nelle pievi toscane.
Nuovi saggi sulla religiosità contadina nell'alto medioevo,
San Quirico d'Orcia (Siena), Editrice Don Chisciotte, 2000

di Patrizia Arquint

     Un bel giorno l'autore si rende conto che la pieve vicina al suo paese natio (Santa Maria a Làmula ad Arcidosso), già familiare sfondo dei suoi giochi infantili e più tardi delle prime passeggiate con le ragazze, rivela, ai suoi occhi di persona adulta e cólta, caratteristiche sorprendenti: sui capitelli della pieve, infatti, sono scolpite figure che non hanno niente a che fare con l'iconografia che l'autore s'aspetterebbe ("croci, madonne, simboli liturgici, episodî delle sacre scritture"), bensì serpenti, cavalieri, mascheroni. L'autore s'incuriosisce, indaga, confronta e si rende conto che tali stranezze si ritrovano anche in altre antiche pievi toscane (tutte costruzioni dell'XI o XII secolo che riutilizzano parti di edificî più antichi): sirene con una o due code, animali, draghi, donnine che danzano e omìni col fallo in vista. Fotografa, studia, riflette, si fa una sua teoria e la espone, corredata con le debite immagini, in questo libro: fra i popoli rurali della Toscana di prima del Mille dovevano circolare, in clandestinità e in polemica rispetto al cristianesimo ufficiale, altri culti: etruschi, dionisiaci, sciamanici… Anche il mito della Grande Madre, ovviamente. Addirittura, forse, "una gnosi contadina, una specie di gnosi 'dionisiaca', forse con radici lontane nel mondo etrusco" (gli Etruschi, in Toscana, non mancano mai).

     Ora, un libro come questo va accolto con plauso. L'autore ama la sua terra, l'arte e le tradizioni, e queste sono virtù. Se un domani qualcuno volesse far passare una superstrada accanto (o sopra) alla pieve di Santa Maria a Làmula o San Vito e Modesto a Corsignano o San Pietro a Gròpina, l'autore indubbiamente insorgerebbe.

Nella teoria esposta nel libro, però, non tutto torna.

Certo anche in Toscana, come dappertutto, nei primi secoli di evangelizzazione ci saranno state sopravvivenze di altri culti e fenomeni di sincretismo. Di sicuro molti elementi del suddetto repertorio di serpenti, donnine e omìni vengono da molto lontano. Questo però non basta a dimostrare, nemmeno appellandosi al conservatorismo delle popolazioni rurali, che nell'animo dei lapicidi che decorarono le pievi, o dei loro committenti, perdurasse allo stato conscio la nozione di un contenuto pre-cristiano (o anti-cristiano) di quei simboli.

Poi, in tutto il libro non si menzionano mai le migrazioni di popoli (cioè quelle che una volta si chiamavano invasioni barbariche). Eppure nel VII e VIII secolo, cioè nell'epoca cui verosimilmente risalgono gli elementi più antichi delle pievi in esame, la Toscana faceva parte del regno longobardo. Prima aveva fatto parte del regno ostrogoto e poi avrebbe fatto parte del regno franco.

     Ora, si sa che intere generazioni di studenti (fra le quali la nostra e, a occhio e croce, quella di Bernardini, che dev'essere più o meno la stessa) si sono formate con insegnanti e manuali che avevano la massima pena a staccarsi dall'arte greco-romana e poi una rapidità fulminea nell'arrivare al romanico, a Giotto, Botticelli e (ah, finalmente!) Raffaello, tanto che gli alunni potevano tranquillamente convincersi che nel periodo intercorrente (cinque o sei secoli, mica uno) non fosse successo niente, o almeno niente di buono. Ora però i "secoli bui" sono molto meglio studiati, e quindi meno bui. Un confronto tra la decorazione delle pievi e l'iconografia dell'arte barbarica avrebbe fornito qualche spunto interessante.