Alberto Bevilacqua,
La polvere sull'erba,
Torino, Einaudi, 2000
 
Alberto Bevilacqua,
Gli anni struggenti,
Milano, Mondadori 2000
 
 
di Patrizia Arquint


     Diciamo subito che a noi i romanzi di Bevilacqua non piacciono granché. Li troviamo fumosi, magniloquenti e qualche volta persino un po' vaniloquenti: d'altronde ci rendiamo conto che la nostra è un'opinione di minoranza perché Bevilacqua ha falangi di lettori (lettrici?). Gli anni struggenti ci fa lo stesso effetto. Il protagonista, Marco Volpi, un diciottenne dei nostri giorni, è bello, ricco, intelligente, sportivo, è adorato dagli amici, fedele alla fidanzata, dispensa saggezza a insegnanti e genitori ed ha anche un gran bel *** (dettagliata descrizione a p. 214). Parla di fumetti con la smancerosa professoressa Paradiso e la cosa ci viene raccontata con una intensità, con una commozione che nemmeno se il ragazzo avesse conferito coi dottori del tempio. Poi Bevilacqua, che è troppo volpe vecchia per pensare di intrattenere il lettore per 260 pagine con la storia dell'esame di maturità di Marco, ci mette anche il giallo: un oscuro dramma pregresso nella vita della madre (ove Marco, si capisce, interverrà in funzione salvifica). Insomma, tanto di cappello (questo sul serio) a Bevilacqua per aver intrapreso di calarsi nella testa di un personaggio dal quale lo separano un paio di generazioni, ma il risultato non convince.

     Nel 2000, però, è uscito un altro titolo di Bevilacqua: un po' diverso, anche l'editore non è il solito. La polvere sull'erba era stato scritto nei primi anni cinquanta e mai pubblicato, per la materia non ancora maneggiabile. L'azione del romanzo, infatti, si svolge nell'immediato dopoguerra, nel Triangolo Rosso, e fra buoni, cattivi e sbandati varî, si aggira anche qualche losco figuro del quale non si riesce a capire bene da che parte stia (qui le atmosfere sfocate di Bevilacqua cadono a proposito) e c'è anche un assessore che prende le bustarelle. Nel 2000, ormai, non ci si scandalizza più di nulla e perciò ecco il romanzo.

     Sarà per la severità dell'ambientazione, ma qui Bevilacqua ci piace di più. È sempre Bevilacqua, ovvio (e noi siamo sempre noi, tanto che al cospetto del Colonnello Umano, "con la mantella azzurra gettata sopra la spalla, i gambali lucenti. E cavalcava un purosangue snello", ci dobbiamo severamente richiamare all'ordine per non trascendere a facili sarcasmi), ma il suo personale mix di pregi e difetti (perché Bevilacqua ha anche dei pregi, fra cui il legame con la terra d'origine) risulta alterato in meglio: perciò ci si trova sensibili all'elegia della giovinezza violentata dalla mostruosità dei tempi (altro che Marco Volpi e il suo prezioso diploma), si prova un po' il fascino di certi numinosi personaggi femminili (del tipo, per intendersi, che nei risvolti di copertina vengono puntualmente definiti "indimenticabili"), e infine si saluta con letizia l'ostensione fallica del vecchietto che si apparta fra le canne con una coetanea.