Don Brown,
Il codice Da Vinci,
Milano, Mondadori, 2003

di Patrizia Arquint

     Il curatore del Louvre (luogo notoriamente ominoso e numinoso, basti dire che la famosa pyramide è composta di - tenetevi forte - 666 pezzi di vetro) muore ammazzato però fa in tempo a tramandare, celata in una serie di ermetici indizî, l’indicazione del nascondiglio del santo Graal (rieccolo), nonché la conferma del gossip (nuovo anche questo) secondo cui Gesù era sposato con la Maddalena. S’incaricano di eseguire la caccia al tesoro un’improbabile crittologa della polizia e un improbabile cattedratico esperto in simboli, debitamente braccati dal Vaticano (ovviamente), dall’Opus Dei (certo) e dalle polizie di un paio di nazioni (si capisce): il tutto cucinato in una brodaglia di pseudo-erudizione dalla quale il lettore naïf può, per esempio, ricavare l’impressione che il Malleus maleficarum sia una diretta emanazione ideologica dell’editto di Costantino (che è come dire che la scoperta dell’America è un’immediata conseguenza della caduta dell’impero romano) e soprattutto il delizioso brivido di star venendo a conoscenza di qualcosa che il Vaticano, l’Opus Dei e magari anche la polizia vorrebbero tenergli celato. Buon appetito.