Domenico Cacopardo,
L'endiadi del dottor Agrò,
Venezia, Marsilio, 2001

di Patrizia Arquint

     Primo giallo: Vincenzo Rovini, già consigliere di Stato e, da pensionato, affermato scrittore di romanzi gialli, viene assassinato e, poche ore dopo, viene assassinata anche la sua amica. Poche ore prima qualcuno era entrato in casa di Rovini, aveva frugato dappertutto e aveva portato via il computer. Il sostituto procuratore Agrò, incaricato delle indagini, si convince che il delitto è collegato con l'ultimo romanzo di Rovini, appena finito di scrivere ma ancora inedito: l'assassino ha tentato di farne sparire tutte le copie, ma senza riuscirvi, tanto che Agrò lo può leggere, e noi con lui.

     Ed ecco il secondo giallo: al ministero dei lavori pubblici, direzione "acque e difesa del suolo", viene trovato un usciere assassinato. Dopo serrate ricerche e interessanti scoperte nel vivace e articolato sottobosco ministeriale, qualche altro morto e varî colpi di scena (tutto ben raccontato), si scopre infine una stretta e proficua collaborazione tra burocrati, politici e mafiosi per pilotare in modo criminale gli stanziamenti di fondi pubblici.

     Si ritorna quindi al primo giallo: gli investigatori individuano tra le conoscenze dell'assassinato Rovini una persona che "fa scopa", cioè corrisponde perfettamente, con uno dei personaggi del libro, un tale singolarmente avido e privo di scrupoli.

     In una nota in fondo al volume, con un'ulteriore mise en abîme, l'autore Cacopardo, più prudente di Rovini, avverte che "uno dei personaggi descritti è grandemente ispirato alla realtà: a qualcuno che, per quanto ho capito, è capace di tutto [...] se mai leggerà questo libro sarà tentato all'idea di ammazzarmi [...] ho lasciato il suo nome nelle mani di un notaio".

     Si sente correntemente parlare di Cacopardo come di un "anti-Camilleri": la definizione (originariamente lanciata - mi pare - dal critico Giovanni Pacchiano), come tutte le etichette facili da memorizzare e come tutto quello che riguarda Camilleri, ha avuto successo. È una semplificazione, ovviamente: anche Cacopardo, come Camilleri, dà spazio al folklore (feste patronali, usi domestici e molta gastronomia), e non è vero che nel libro di Cacopardo la parlata siciliana sia assente: è efficacemente collocata, in trasparenza sotto la lingua italiana, nel discorso diretto di alcuni personaggi ("Ragione avevi, Concetta"). È vero però che ci corre molto tra il sentimentalismo di Camilleri, l'aneddotica, le macchiette, le tiratine moralistiche (tutti i difetti, cioè, della più recente ipertrofica produzione di questo autore), nonché tutto il noto e ormai prevedibile armamentario lessicale siciliano, e la prosa di Cacopardo, essenziale e densissima di fatti: caratteristica, quest'ultima, dovuta al fatto che Cacopardo, siciliano e magistrato del Consiglio di Stato, già detentore di cariche importanti al ministero dei lavori pubblici e al ministero delle partecipazioni statali, conosce molto bene certi organismi burocratici - fisiologia e patologia - e conosce anche una certa Sicilia (e non solo Sicilia, come la correttezza politica suggerisce di precisare) ipocrita e amorale che agli organismi di cui sopra fornisce molto materiale umano. Anche il dato etnografico, in Cacopardo, prende connotazioni sinistre, di separatezza e chiusura culturale, e l'insistenza sul tema del cibo rimanda ad altre avidità.