Paola Capriolo,
Una di loro,
Milano, Bompiani, 2001

di Patrizia Arquint

     Un signore che come sua occupazione scrive saggi (lettore, sta' bene attento!) di estetica, dei quali quello in corso di elaborazione s'intitolerà Narciso e Narciso (hai capito, lettore?), va in montagna a villeggiare. Sennonché, nel consueto e rassicurante scenario di bella gente, tramonti sulle Alpi e rubiconde cameriere in dirndl, fa spicco una cameriera esotica e, sui sentieri di montagna, s'incontrano individui estremamente malmessi, i quali, si scopre poi, vivono, tra fatiscenti stucchi e specchi e boiseries, nell'edificio del già leggendario Grand Hôtel d'Europe et des Alpes. Il protagonista dovrà confrontarsi con questa realtà per lui inedita e prendere "una decisione coraggiosa quanto imprevedibile" (dice il risvolto di copertina).

     Quanti ricordi! Correva l'anno 1988 e il misterioso Mamurio Lancillotto (poi rientrato nel secolo come Roberto Cotroneo), che scriveva immisericordi stroncature sul domenicale del Sole 24 ore, parlò bene (ohibò!) de La grande Eulalia, opera di esordio della giovane Paola Capriolo. E in effetti il libro faceva ben sperare. Anche la critica togata accorse con il turibolo. E invece poi si andò di male (Il nocchiero, 1989) in peggio (Il doppio regno, 1991). Il fondo si dev'essere toccato più o meno con Barbara (1998).

     Si capisce che la storia dell'esteta e degli straccioni ha qualcosa a che fare con le recenti migrazioni, verso i ricchi paesi europei, di quei forestieri poveri ai quali si è convenuto di riferirsi col termine di extracomunitarî. Ora, né questa parolina, né altre di saldo aggancio alla cronaca, o alla storia, si troverà in questo romanzo. Ovviamente non c'è niente di male a trasportare qualsivoglia tema in una dimensione simbolica (perché qui per simboli si procede, evidentemente: nella realtà uno sperimentato benestante qual è il protagonista del romanzo non cade nel panico se il POS di un ristorante non gli legge la carta di credito al primo tentativo); anzi, una certa inattualità era piaciuta, nella prova d'esordio della Capriolo, a Mamurio probabilmente, certamente alla critica togata e, indegnamente, a noi.

     Il fatto è che qualcosa non funziona e che, a rileggere, questo succedeva anche nei primi romanzi. Nelle opere della Capriolo c'è, ricorrentemente, un personaggio incaricato di rappresentare la volgarità del mondo, in contrasto con l'elevata spiritualità dei protagonisti: ne Il gigante (uno dei racconti della Grande Eulalia) era la cugina Teresa ("Credi a me che di queste cose m'intendo: Ottaviano avrà presto un fratellino"), nel Nocchiero era il capitano ("C'è qualcuno in arrivo, o sbaglio? In verità è un po' prestino, ma voi giovani, si sa, avete il sangue caldo"). Nel titolo in oggetto c'è una signora a rappresentare un certo genere di corrente idiozia (fitness, conteggio delle calorie, querimonie sull'ex-marito): qui siamo già su un piano troppo estetico perché si parli di fratellini in arrivo, ciononostante: "... E si figuri come ci è rimasta la mia amica, quando dopo tutti quei bei discorsi ha colto in flagrante il marito tra le braccia della cameriera": e qui il lettore deve diligentemente collegare con l'attrazione - d'altra natura, s'intende - che il protagonista prova per la cameriera esotica. Poi, la trama richiede che di una certa dose di quella vacuità partecipi anche il protagonista, perciò: "Nutro una passione incondizionata per la musica di Schubert, ma difficilmente trovo sopportabile un'esecuzione del suo quintetto dedicato alla trota; mi esce dalle orecchie, come si suol dire". Di nuovo: niente di male se si vuol convogliare nel lettore l'idea che il protagonista sia, oltre che esteta, anche blasé e pure un po' coglione. Il guaio è che il banale deborda dalle sedi deputate e tutto invade.