Driss Chraïbi,
L'ispettore Alì al Trinity College,
Milano, Marcos y Marcos, 1996

Driss Chraïbi,
L'ispettore Alì e la C.I.A.,
Milano, Marcos y Marcos, 1997

Driss Chraïbi,
L'ispettore Alì al villaggio,
Milano, Marcos y Marcos, 1998

di Patrizia Arquint


     Driss Chraïbi (El-Jadida, 1926), che della letteratura marocchina contemporanea è, in ordine di tempo, il primo rappresentante, e, per merito, non l'ultimo, non ha goduto che di un'attenzione parziale e intermittente presso gli editori italiani.

     Ora, Marcos y Marcos fa un buon passo avanti nel colmare la lacuna, pubblicando tre opere recenti.

     Va subito detto che l'ordine in cui i romanzi sono apparsi in italiano non è quello in cui sono stati scritti. L'ultimo, L'ispettore Alì al villaggio, è il primo e, nell'originale (Une enquête au pays, 1981), l'ispettore Alì non si era ancora conquistato un posto nel titolo. La storia è questa: due investigatori della polizia del Marocco, il capo Mohammed e l'ispettore Alì vanno a fare un'indagine in un villaggio sperduto sui torridi e aridi monti dell’Atlante. Il capo Mohammed non dubita che basti la vista della sua uniforme ad ispirare ai montanari la massima soggezione e conta di sbrigare in quattro e quattr'otto la sua missione (dovrebbero arrestare uno, si verrà a sapere poi). Infatti la polizia, come il capo Mohammed ha la bontà di cercare d'inculcare a quello zuccone refrattario del suo sottoposto, è il vero eterno e assoluto potere (altro che quel "Adolf ben Hitler": peccato che la semitizzazione del nome sia sparita nel testo italiano). Ma l'ispettore Alì, figuriamoci, è sensibile a cose come l'amicizia, l'amore, la convivialità, la dignità di essere fra uguali. Per sua fortuna: infatti, dove non ci sono archivi, né anagrafe, né documenti, non c'è acqua, non arriva l'elettricità né il telefono, arriva ancora il potere della polizia?

     Si vede che il personaggio resta nel cuore a Driss Chraïbi. Gli intitola un romanzo (tradotto in italiano, L'ispettore Alì, Zanzibar 1992), nel quale, però, parla in prima persona uno scrittore marocchino di nome Brahim Orourke che, dopo aver trascorso molti anni all'estero e aver fatto fortuna (l'ispettore Alì è un suo personaggio), torna a stabilirsi nel paese natale con la giovane moglie scozzese e due marmocchi molto in gamba (insomma somiglia molto a Driss Chraïbi).

     E finalmente, ecco che torna l'ispettore Alì da protagonista, con qualche novità. Infatti l'avevamo lasciato con una moglie che faceva "raramente l'amore e sempre il muso, mattina e sera", e non aveva tutti i torti, a farlo: "nata in campagna, [...] mia moglie si è ritrovata un bel giorno in un piccolo appartamento di cemento [...] dove non fa altro che girare, girare e aspettare. Aspettare che?" (L'ispettore Alì al villaggio). E ora (L'ispettore Alì a Trinity College) lo ritroviamo in piena luna di miele con una moglie occidentale, innamorato e ricambiato. Abita in una villa sul mare, compone poesie: insomma, anche lui ha finito per somigliare al suo inventore. Che Driss Chraïbi, nel suo recente volume autobiografico (Vu, lu, entendu, edizioni Denoël, 1998), c'informi che l'ispettore Alì è il suo "personaggio feticcio" non ci prende alla sprovvista. Però, sempre nell'autobiografia, scopriamo con gran divertimento che la poesia dedicata da Alì alla sposa in apertura a L'ispettore Alì a Trinity College ("Quinci le diedi sul lato / ove chi dorme s'appoggia / colpi di reni, eccitato. / Disse, fremente, madonna: / 'Un altro ancora mio amato'...") era stata un'esercitazione à la manière de François Villon del quattordicenne Driss, brillante studente del liceo francese di Fez.

     Driss Chraïbi è un berbero, cioè un discendente del popolo che abitava il Marocco prima dell'arrivo dei conquistatori islamici e aveva, ovviamente, lingua e cultura sue che poi, anche convertito, non ha mai abbandonato del tutto. E sono berberi anche i montanari de L'ispettore Alì al villaggio, lo scrittore Brahim Orourke, l'ispettore Alì e quell'antico compagno di giochi di Alì, Arezki Cohen (stesso cibo, stessa cultura, stessi legami tribali: il fatto che sia ebreo non è rilevante), che lavora al Washington Times (qualcosa come il Washington Post) e che lo aiuta a condurre felicemente in porto un piano rischioso (L'ispettore Alì e la C.I.A.).

     A proposito, le trame: ne L'ispettore Alì a Trinity College una bella ed amabile principessa marocchina, studentessa dell'università di Cambridge, viene trovata morta. Suicidio o delitto? La collega inglese dell'ispettore Alì ha dei sospetti sull'aitante guardia del corpo della povera ragazza. Ne L'ispettore Alì e la C.I.A. un misterioso killer internazionale, diabolicamente abile nel colpire bersagli super-protetti e gli ancor più protetti mandanti, viene segnalato in Marocco.

     In entrambi i casi l'assassino viene scoperto etc. Ma quello che conta è il metodo dell'ispettore Alì: si veste come uno spaventapasseri, ingurgita con entusiasmo grandi tazze di tè, mangia famelicamente piatti del suo paese (o anche di altri, purché non siano le meste porcherie cui si adattano i civilizzati), parla e straparla, fa molto espliciti complimenti alle donne, ride, piange, racconta storielle, fa giochi di prestigio, si arrotola sigarette, chiede mance, parla di canzonette, di sesso, di cucina (c'è anche qualche ricetta, ma chi volesse provarle si prepari a scontrarsi col fatto di essere un mesto civilizzato: "non lo zafferano in polvere, non vale un tubo"). Così, tutti si convincono che l'ispettore Alì sia un bizzarro cialtrone col cervello nelle mutande (è un arabo, d'altronde...), qualcuno al massimo si domanda se ci fa o ci è, tutti comunque abbassano le difese e, purché li si lasci parlare (Alì non fa domande), fatalmente svelano, alle fini orecchie dell'ispettore, gli altarini.

     La traduttrice Giulia Colace si è assunta il compito non facile di ricreare per i lettori italiani il brio della lingua di Driss Chraïbi, con buona riuscita e qualche infortunio. Per esempio, l'ispettore Alì, tabagista irrefrenabile, discerne con sgomento un segnale di vietato fumare: "una striscia luminosa ostentava una sigaretta sbarrata da una croce - e perché non un croissant?" (L'ispettore Alì e la C.I.A., p. 64). Però, non bisognava lasciare "un croissant", bensì tradurre "una mezzaluna", altrimenti il calembour simbolico-religioso va perso. E poi perché, almeno un paio di volte, tradurre alla strettissima lettera "storie da dormire in piedi" (L'ispettore Alì al villaggio, p. 154, L'ispettore Alì a Trinity College, p. 119), quando in italiano si dice "storie che non stanno né in cielo né in terra" oppure "storie senza capo né coda"? A p. 34 de L'ispettore Alì a Trinity College si legge: "Hai mai visto correre una lepre in salmì?", però sarebbe dovuto essere: "Hai mai visto correre una lepre al salmì?" (l'ispettore Alì intende dire che non muore dalla voglia di mettersi a lavorare). Infine: "Una Parker, parola d'onore!" (L'ispettore Alì a Trinity College, p. 76) e: "Non ne sapevo niente, parola d'onore!" (L'ispettore Alì e la C.I.A., p. 43). In ambedue i casi l'originale recita "parola d'orrore": ma qui il fatto è che la capacità dell'ispettore Alì di frastornare la gente sfonda, come si suol dire, la pagina.