Terry Coleman,
Nelson. L'uomo che sconfisse Napoleone,
Milano, Mondadori, 2004

di Patrizia Arquint


       Il 21 ottobre 1805, al largo di capo Trafalgar, una flotta inglese agli ordini dell'ammiraglio Nelson distrusse una flotta combinata francese e spagnola, assicurando definitivamente all'Inghilterra il controllo dei mari. Nelson fu ferito nelle prime fasi della battaglia e morì dopo poche ore.

     Era nato nel 1758. In marina a dodici anni, capitano a ventuno, era stato un giovane fisicamente fragile e nervoso, ma vivace e combattivo. Si era distinto contro una flotta spagnola, da commodoro, nella battaglia di Capo San Vincenzo (1797), e da ammiraglio aveva distrutto una flotta francese nella baia di Abukir (1798) e sconfitto la flotta danese a Copenhagen (1801).

     Sia chiaro che i successi di Nelson non sarebbero stati possibili senza la Royal Navy, e che di tale formidabile istituzione Nelson non fu un artefice, ma semmai un prodotto. Sta di fatto però che imprese come quella di Capo San Vincenzo, quando Nelson guidò personalmente l'abbordaggio di due navi nemiche affiancate, catturandole una dopo l'altra, e vittorie come quella di Abukir, contro forze numericamente preponderanti, senza perdite di navi inglesi e con risultati spettacolari per il numero di navi nemiche distrutte o catturate, e il caro prezzo, infine, che Nelson pagò sulla propria persona (aveva perso in azione la vista di un occhio e il braccio destro), fecero di Nelson, già prima dell'ultima vittoria e dell'estremo sacrificio, l'eroe tutelare dell'Inghilterra angustiata dall'irresistibile espansionismo francese.

     Nelson ebbe biografi già in vita e non mai ha cessato di averne nei due secoli successivi alla sua morte.

     Tutti hanno dovuto fare i conti con alcune occasioni in cui l'ardimento e l'aggressività del loro eroe risultarono inadeguati, anzi controproducenti, delle quali occasioni la non meno disgraziata fu quando Nelson, di ritorno dalla battaglia di Abukir, arrivò a Napoli e si fece affascinare non solo da Lady Hamilton, ma anche da Ferdinando di Borbone, detto "re nasone" per le sue caratteristiche fisiche e "re lazzarone" per le sue caratteristiche morali, e dalla regina Maria Carolina, la quale più che il re si dedicava a governare lo stato, ma ciò non vuol dire che ne fosse capace.

     Sono tempi – i nostri – fortunati per gli studî nelsoniani. L'ultimo decennio ha visto un rinnovato fervore di ricerche, propiziato dai bicentenarî delle grandi imprese dell'ammiraglio e reso proficuo dal fatto che archivi e cassetti continuano a restituire documenti inediti.

     Sono anche convenientemente spregiudicati i nostri tempi, e dunque capaci di accorgersi che il problema, col nostro eroe, non è tanto l'affaire con Lady Hamilton, che tanto imbarazzò i biografi vittoriani, quanto la parte avuta nella repressione dell'effimera Repubblica Partenopea; e che di tali fatti il punto cruciale, più che la sommaria giustizia fatta dell'ammiraglio Caracciolo, sono le circostanze in cui i rivoluzionarî asserragliati in Castel Nuovo uscirono e si consegnarono.

     Qualche biografia di Nelson tende a glissare. Questa di Coleman no: analizza la materia a fondo e, diremmo, con buon metodo, e ugualmente passa a un fine vaglio tutta la vita di Nelson – luci, ombre e leggende –, in modo talvolta produttivo. Per esempio, la verità dell'aneddoto secondo cui Nelson, alla battaglia di Copenhagen, nell'ignorare un segnale del suo diretto superiore avrebbe fatto lo show di portare il cannocchiale all'occhio cieco e dire "Non vedo nessun segnale", ci sembra confutata in modo convincente.

     A qualcuno il libro di Coleman – giornalista e all'occorrenza storico e romanziere – è piaciuto, ad altri no, perché Coleman occulterebbe sistematicamente la grandezza dell'eroe (e d'altronde cosa ci si poteva aspettare da uno che scrive sul Guardian?). Noi facciamo parte di quelli a cui il libro è piaciuto: semmai diremmo che è adatto a chi già è familiare con la storia e il mito di Nelson, e quindi più al pubblico inglese che a quello italiano.

     Comunque, chi come noi diffida dei santi, anche di quelli del calendario, troverà in questa biografia di Nelson, cioè in Nelson – coraggioso e vanitoso, affettuoso e crudele, generoso e meschino –, una ricca fonte di riflessione. Chi invece necessitasse d'intemerate immaginette da tenere sul comò, lasci perdere, questo non è il libro per lui. Ma nemmeno Nelson è l'eroe per lui.