John Creedy, 
Edgeworth and the Development of Neoclassical Economics,
Oxford, Basil Blackwell, 1986

di Patrizia Arquint


     Il nome di Edgeworth lo conosciamo tutti. Siamo in grado di collegarlo coi concetti di curve d'indifferenza e di curva dei contratti e probabilmente ricordiamo anche il titolo del suo libro più importante, benché di difficile pronuncia (Mathematical Psychics).

     Ma, molto probabilmente, conosciamo meglio il suo contemporaneo Marshall. Eppure Edgeworth non è stato un teorico di poco momento, né una personalità banale. Forse meriterebbe degli approfondimenti.

     Questo libro non è una biografia, ma doverosamente si apre con un capitolo biografico. Francis Ysidro Edgeworth nacque in Irlanda nel 1845 da famiglia notevole: sulle rigogliose diramazioni di quel ceppo, veniamo ragguagliati nelle prime pagine (si consiglia di munirsi di carta e penna). Edgeworth ebbe una cultura non comune, conobbe molte lingue morte e vive. Fu avvocato, lecturer, pubblicò lavori di etica prima che, verso il 1880, l'economia diventasse il suo interesse prevalente. Fu cattedratico di questa materia dal 1890.

     Edgeworth ebbe un carattere pieno di qualità e di spigoli: intelligente e arguto, cortese ma rigido e riservatissimo. Per chiedere a uno se a Londra c'era nebbia, gli disse: "Was it very caliginous in the Metropolis?". Stessa noncuranza verso un lessico immediatamente accessibile ebbe nelle sue opere. Questo, e l'uso intenso della matematica, lo hanno reso un teorico impervio: rigorosamente deduttivo per metodo, ermetico per stile, Edgeworth non è stato diffusamente letto.

     Non si pensi per che sia stato incompreso. Occupò cattedre prestigiose, fondò e diresse l'Economic Journal, fu ben integrato nell'intellettualità inglese e internazionale. Il lettore italiano lo ricorderà come collaboratore del Giornale degli Economisti e come estensore delle voci "Pareto" e "Pantaleoni" per il Palgrave's Dictionary. Un autore popolare, non si preoccupò mai di esserlo: scettico, fra l'altro, sulle opportunità politiche della teoria economica, scrisse avendo come esclusivi interlocutori i suoi colleghi, cioè i sapienti contemporanei.

     A chi non è più contemporaneo di Edgeworth, ed eventualmente neanche abbastanza sapiente, John Creedy si offre come guida.

     Creedy ha quarant’anni e vanta una frequentazione almeno decennale dell'opera di Edgeworth. Accingendosi a spiegare un autore difficile, ha posto la massima attenzione a rendere facile le sue spiegazioni: ha ridotto la matematica al minimo indispensabile, ha evitato le note a piè di pagina, ha curato che i suoi ragionamenti fossero sempre chiari, abbondando in sommari, richiami, puntualizzazioni e tutta la segnaletica che aiuta il lettore a non perdersi. Ha concluso ogni capitolo con una bibliografia ragionata e, ad ulteriore dimostrazione di pragmatismo anglosassone (sempre sia lodato), ha posto in appendice una guida alla lettura di Mathematical Psychics, ovvero una puntuale serie di note esplicative.

     La fama e le schede bio-bibliografiche dicono che Edgeworth si applicò ad analisi particolari più che alla costruzione di un sistema generale. Nondimeno Creedy indica un'idea guida nel suo itinerario intellettuale ed è, palesemente proveniente dall'utilitarismo benthamiano, il tema della giustizia distributiva. Edgeworth cominciò a trattare il problema nelle sue pubblicazioni di etica, prima, e poi continuò, spostando l'attenzione alla teoria dello scambio, quando, dopo la lettura di Jevons e Marshall, diventò anche lui un economista.

     "Edgeworth", ha scritto Marshall, "might have done something great at it: but he had crushed his instincts between the cog wheels of his mathematical machinery". Se non alla sua fecondità teorica, certamente il suo irto macchinismo matematico ha nuociuto alla sua popolarità.

     Probabilmente, Edgeworth è stato studiato meno di quanto meritasse. Ai volenterosi, e coraggiosi, l'ausilio di questo libro.


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