Alan Hollinghurst,
La linea della bellezza,
Milano, Mondadori, 2006
« “C’è una fotografia di lui che balla con Maggie!” Era una foto scattata alle nozze d’argento che ritraeva Nick paonazzo e con gli occhi sbarrati e il primo ministro con uno sguardo circospetto che lui all’epoca non aveva affatto notato. ... “Ma allora la conosci” disse Gemma. “No, no” rispose lui. “Mi ero solo ubriacato a un ricevimento...” quasi potesse capitare a chiunque. » 
di Patrizia Arquint
 

Alan Hollinghurst, nato a Stroud (Gloucestershire) nel 1954, ha scritto a tutt’oggi quattro romanzi, dei quali tre capolavori sicuri (The Swimming-Pool Library, The Folding Star, The Line of Beauty) e uno probabile (The Spell). Il lettore italiano ha già a disposizione i primi due citati (La biblioteca della piscina e La stella di Espero, entrambi presso Mondadori), e ora è la volta del terzo, La linea della bellezza.

Il ventenne Nick Guest, figlio di un antiquario di provincia e brillante neolaureato di Oxford arriva a Londra per proseguire i suoi studî. Sarà ospitato nella lussuosa dimora della famiglia Fedden, presso il suo compagno d’università Toby Fedden, il cui padre, affluente industriale arruolato nelle fila del partito conservatore, è stato appena eletto deputato. Siamo nel 1983, anno della rielezione di Margaret Thatcher sull’onda della guerra delle Falkland e del trend economico positivo. La storia si conclude quattro anni dopo, agli esordî del terzo mandato della signora Thatcher.

Come si vede, questo romanzo tratta il tema del giovane provinciale sensibile, colto e di bell’aspetto, che va in una grande città a cercare la sua strada nella vita – anche l’amore ovviamente –  con vitalità intatta, e con illusioni che fatalmente si perderanno. Questa storia ha già prodotto romanzi memorabili e questo è un altro.

Invitiamo il lettore a verificare di persona. La ricchezza di registri e significati del romanzo – fin dalla linea della bellezza del titolo, che, sì, è prima di tutto la linea sinuosa teorizzata da Hogarth come elemento fondante del bello, ma anche il profilo di un bel fondoschiena (maschile, nella fattispecie), nonché la ‘riga’ di cocaina – è tale che ci si deve limitare a qualche lancio di scandaglio. Per esempio si veda come il noto espediente narrativo di citare autori e opere d’arte reali per sfruttarne le armoniche – il quale espediente spesso suona come una scorciatoia e nei casi più infelici come un trucchetto da quattro soldi – nel caso di Hollinghurst, che ripetutamente associa pittori e quadri ai personaggi e alle situazioni del romanzo, risulti perfettamente funzionale e produttivo, e con quanta naturalezza, quindi, il tessuto narrativo inglobi il Guardi sopra il camino di casa Fedden, il Cézanne sopra il camino di Lord Kessler, la riproduzione dell’Ombra della morte di Holman Hunt nel salotto della signora Charles (la madre di Leo, il giovane di colore che è il primo amante di Nick), il Gaugin che lord Kessler regala ai Fedden per le nozze d’argento e così via, senza venire sfondato dal name dropping. Si aggiunga che questa prosa tanto robusta è anche impeccabilmente elegante e che eleganza e spessore sono in sicuro equilibrio, così come sono in equilibrio, nelle psicologie e negli avvenimenti del romanzo, il detto e il taciuto; e si noti infine con quanta sicurezza venga detto, di quel che va detto, tutto quel che va detto, senza pagare tributo ai generi facili della satira, della pornografia, del moralismo (a proposito, onore al merito della traduttrice Giovanna Granato, che ha fatto tutto il possibile). Il tutto su una trama semplice e consistente, profondamente credibile.

Come il suo personaggio Nick Guest, anche Hollinghurst è uno studioso di Henry James, e c’è una qualificata maggioranza di critici che dicono che Hollinghurst è bravo come Henry James, più alcuni che dicono che è meglio.

Di nuovo, invitiamo il lettore a verificare di persona.