Victor Klemperer,
LTI. La lingua del Terzo Reich.
Taccuino di un filologo
,
Firenze, Giuntina, 1998

di Patrizia Arquint

     C'è il rischio che questo libro, sia per il titolo che per la copertina senza figure, dia l'impressione che per leggerlo con profitto bisogni sapere il tedesco e magari avere un dottorato in filologia germanica. Niente affatto. Per lo specialista ci sono sull'argomento molti studi più recenti e rigorosi, mentre questo, come appunto dice il sottotitolo, è un "taccuino", una raccolta di note pubblicate a caldo, nel 1947. Neanche bisogna dar troppa importanza al fatto che, nella prefazione, la parola "pedante" o derivati compaiano più di una volta. In realtà Klemperer, nonostante tutto, è un umorista: "in vita mia veramente mai un libro mi è rimbombato nella testa come Il mito del XX secolo di Rosemberg [un teorico del razzismo]; non perché si tratti di una lettura eccezionalmente profonda, di difficile comprensione o intimamente emozionante, bensì perché un certo Clemens per alcuni minuti mi martellò il capo con quel volume. «Porco ebreo, come osi leggere un libro come questo?»".

     Dunque questo libro è una testimonianza sulla Shoà. Un'altra? Sì, si scopre sempre qualcosa di nuovo: "ce li tolsero, anche, i nostri animali domestici: gatti, cani e perfino canarini vennero portati via e uccisi, non in casi isolati o per spregio a opera di singoli, ma per ordini superiori e con sistematicità".

     Quando Hitler va al potere, Klemperer, cinquantaduenne, è professore di filologia al Politecnico di Dresda. Sfugge alla deportazione perché sposato con una "ariana" e se la cava con la perdita della cattedra, la proibizione di frequentare biblioteche pubbliche, la confisca della sua biblioteca privata, il domicilio coatto, l'obbligo di portare la stella gialla, il divieto di possedere libri, giornali e apparecchi radio, di andare al cinema e di conversare con gli "ariani", e tante altre piccole e grandi attenzioni da parte del regime. Alla moglie Eva, che non lo ha abbandonato ed ha affrontato coraggiosamente tutte le angherie riservate agli ebrei più quelle specifiche per le "sciagurate" che avevano "rinnegato la loro stirpe", Klemperer dedica pagine appassionate.

     Il fatto che qui non si veda il lager, che l'orrore sia intessuto alla vita quotidiana, non lo rende minore. "Per la strada mi viene incontro un uomo dall'aspetto bonario e mite, che tiene affettuosamente per mano un ragazzino. A un passo da me si ferma e dice: «Guardalo bene, Horstl! è lui il colpevole di tutto!»". Nel paragrafo dopo si racconta invece di un distinto signore che attraversa la strada apposta per stringere la mano al narratore: "Lei non mi conosce, volevo solo dirle che condanno questi metodi". Ma il fatto che nel libro s'incontrino molti "ariani" tiepidi o disubbidienti verso la politica razziale del nazismo non migliora le cose. Gli operai della fabbrica in cui Klemperer è stato mandato a lavorare ignorano il divieto di parlargli, il padrone lo chiama "signore" o "professore" invece che "ebreo Klemperer" come avrebbe dovuto, etc. Questo rende ancora più difficile rispondere alla domanda "com'è potuto succedere?".

     Per difendersi dalla disperazione, Klemperer tiene un diario. Annota gli avvenimenti e anche continua la sua attività di filologo, nell'unico modo in cui, date le circostanze, può: studia la lingua che sente in giro, la lingua del Terzo Reich (alla quale, parodiando le tante sigle introdotte dal regime, attribuisce l'etichetta di LTI, Lingua Tertii Imperii).

     Le parole dal nazismo, quelle ricorrenti nei discorsi di Hitler e di Goebbels e rilanciate da tutti i media, sono portatrici di virus ideologici, veicolano tacitamente le menzogne del regime e, continuamente ripetute, entrano nella testa della gente aggirandone le difese critiche. Così, l'operaia Frieda dà a Klemperer una mela per la moglie ammalata (il che, data la situazione annonaria della Germania, non era un regalo di poco conto) e gli domanda: "Davvero sua moglie è tedesca?" Ovviamente Frieda voleva dire "Davvero sua moglie non è ebrea?", ma ha usato un sinonimo corrente. Una persona che, a differenza di Frieda, non avesse avuto forti anticorpi di bontà e gentilezza, sarebbe stato infettata, tramite la pretestuosa equivalenza tedesco = non ebreo, dall'idea implicita che un ebreo, anche uno i cui antenati risiedessero in Germania da secoli, fosse un individuo estraneo alla società tedesca, dunque infido, dunque meritevole di certe - diciamo così - restrizioni.

     Che si possano manipolare menti e coscienze attraverso la lingua, non è una novità e non è un fatto esclusivo del nazismo. Noi contemporanei possiamo dire di aver visto una manifestazione benintenzionata di questo meccanismo, nelle espressioni "politicamente corrette": si sono volute mettere in circolazione parole che, per continuare con la metafora biologica di Klemperer, inoculassero nel pensiero della gente non dei virus ma dei vaccini contro patologie come il disprezzo, l'intolleranza etc. L'operazione non è stata esente di momenti un po' scoraggianti (come quando si è dovuto coniare portatore di handicap perché i soliti bastardi si erano impadroniti del già ineccepibile handicappato e ne avevano fatto un insulto) e un po' ridicoli (non più fioraio, bensì fiorista), ma sicuramente ha ragione chi dice che l'operazione è servita a limitare la perniciosità di chi, forse più stupido che cattivo, non era di per sé abbastanza lesto a capire che a un latino-americano potesse dispiacere esser chiamato dago ed a un italiano esser chiamato macaroni.

     Ora però arrivano brutte notizie. Premettiamo un esempio: il nostro dizionario monolingua di francese (il Lexis delle edizioni Larousse), registra bicot, con la debita e chiara definizione: "terme trivial et raciste pour désigner un arabe". E infatti noi abbiamo trovato questa parola nei romanzi del marocchino Driss Chraïbi e il dizionario ci ha aiutato a capire bene come lo scrittore l'usasse per connotare certi atteggiamenti colonialisti. Ora veniamo a sapere di una tendenza, strisciante o conclamata, a espungere le parole politically uncorrect dai vocabolari. Forse si pensa che così i razzisti resteranno senza parole?