Patrick O'Brian,
Clandestina a bordo,
Milano, Longanesi & C., 2005
"E adesso Kalahua, che ha fatto fuori tutti gli altri capi delle tribù settentrionali, sostiene di essere il legittimo re di tutta Moahu, dato che Puolani ha mangiato carne di maiale, considerata tabù per le donne. Tutti dicono che sia una sciocchezza. È vero che Puolani mangia i nemici uccisi in battaglia, secondo l'usanza, ma è una donna molto pia e non si sognerebbe mai di mangiare carne di maiale."
di Patrizia Arquint
 
 
     L'editore Longanesi continua nella sua benemerita opera di traduzione delle avventure di Jack Aubrey, capitano della marina britannica ai tempi delle guerre napoleoniche, e del suo fraterno amico Stephen Maturin, medico di bordo, dottissimo naturalista e agente segreto.

     Il presente volume è il quindicesimo dei venti che compongono la serie. Siamo all'incirca nel 1813: il capitano Aubrey, nuovamente al comando della prediletta fregata Surprise, salpa dal Nuovo Galles del Sud (Australia) con la missione di intervenire nell'isola di Moahu (che s'immagina situata a sud delle isole Sandwich), dove l'usurpatore Kalahua minaccia il regno della bella e leale Puolani e, con l'appoggio di una nave corsara finanziata dalla Francia, si è impadronito di una nave britannica. Dopo qualche giorno di navigazione si scopre che a bordo della Surprise si nasconde una giovane donna evasa dalla colonia penale di Botany Bay. Il passato di Clarissa – questo il nome – è ignoto, ma la giovane è evidentemente dotata di un'educazione superiore, il che infittisce il mistero.

     È noto che il ciclo marinaro di O'Brian, specie in area anglosassone, ha un pubblico appassionatissimo, meritamente. La prosa è complessa ed efficace, la ricostruzione storica è profondamente elaborata, le trame sono intelligenti. Tutto suona molto autentico. Ogni personaggio ha la sua voce, si tratti dell'enigmatica Clarissa o del marinaio Owen, del master Wainwright della baleniera Daisy o della regina Puolani; e così per le altre penne cui il narratore cede a tratti il compito di svolgere la storia, ossia Maturin nei suoi diarî e Aubrey nelle lettere alla moglie. Per quanto attiene al dialogo, alla psicologia, i fans di O'Brian scomodano Jane Austen. Per le scene d'azione potrebbero anche scomodare Stendhal.

     Date queste premesse, cui va aggiunta la densità di termini marinari d'epoca, si capisce come tradurre O’Brian non sia impresa da poco. Diciamo subito che, chi può, è meglio che si legga O'Brian in inglese (dove, oltretutto, si trova a disposizione una consistente bibliotechina di strumenti: glossarî del lessico tecnico, repertorî dei personaggi, raccolte di cartine e mappe dei luoghi in cui si svolgono le avventure etc.) Tuttavia, l'impresa di Longanesi resta, come dicevamo da principio, benemerita, e fornisce al lettore italiano una traduzione volenterosa e tutto sommato onesta, nonostante qualche svista e soprattutto molte piccole omissioni non sempre giustificate da astrusità marinaresche o dall'impossibilità di riprodurre degnamente gli strampalati giochi di parole del capitano Aubrey o le finezze della conversazione del dottor Maturin: per esempio, quando si dice che Aubrey o Maturin giocano a tavola reale con una scacchiera adatta ad usarsi col maltempo, perché nella versione italiana (p. 110) la scacchiera diventa meno precisamente un tavolo da gioco? e soprattutto perché viene omessa la descrizione della caratteristica che rendeva possibile usare la scacchiera nonostante il movimento della nave (le pedine avevano un perno, cioè)?

     Stante che il capitano Aubrey – temperamento sanguigno, uomo attraente, sempre in giro per il mondo… – benché ami teneramente la moglie Sophie, è noto per non essere un modello di fedeltà coniugale, e che però le sue indiscrezioni, con pochissime eccezioni, avvengono sempre fuori dalla trama e mai per così dire sotto gli occhi dei lettori, forse non è ozioso segnalare come il presente romanzo contenga appunto una di tali eccezioni.