Petronio,
Satyricon,
a cura di Monica Longobardi,
con una presentazione di Cesare Segre.
Testo latino a fronte,
Siena, Lorenzo Barbera, 2008.

« “Che cazzo ci hai da ridere, bestione? Non sono di tuo gusto le finezze del padrone di casa? Certo, noblesse oblige... di solito vai a cena coi vip. Quant’è vero Iddio, se gli ero vicino lo riducevo al silenzio, il pecorone. Bel fichino, lui, perculeggia il prossimo suo: balordo senzafissadimora, ‘figlio della notte’. Non vale una pisciata.” »

di Patrizia Arquint


Bentornate in una nuova traduzione le avventure di Encolpio e Ascilto, dell’efebo Gitone, del poeta Eumolpo e di tante altre indimenticabili figure (il che è una frase fatta, però chi mai, letto il Satyricon, si è potuto dimenticare il personaggio di Trimalcione?)

Del Satyricon ci è stata tramandata solo una parte: tre libri, neanche interi, dei molti di più, forse ventiquattro, che dovevano costituire l’opera completa. Questo ci ispira molto rimpianto per quel che si è perduto (c’era, a giudicare da rinvii interni, un episodio ambientato nel circo e tra i gladiatori, un sacrilegio ai danni del dio Priapo, la cui maledizione perseguita i nostri eroi, e chissà quante altre esilaranti avventure) e molta gratitudine al fato per quanto, in vario stato di frammentarietà, ci è rimasto: le tirate del poeta Eumolpo e del retore Agamennone, le schermaglie tra Gitone e i vari pretendenti alle sue grazie, l’orgia di Quartilla, la storia della matrona di Efeso e la storia del fanciullo di Pergamo, i lamentevoli effetti della maledizione di Priapo (“è un caso disperato: al posto del tronchetto della felicità, là sotto, ci ha un salice piangente”), eccetera, il tutto coronato dal picco di scrittura della cena di Trimalcione. 

“Saporoso romanzo dei bassifondi” è il Satyricon, nella definizione del tardo-latinista Väänänen: romanzo forse (l’ascrizione del Satyricon all’uno o all’altro genere letterario ha dato da discutere, verosimilmente perché l’opera, in chiave parodica, li visita tutti), ma saporoso senza dubbio, dato che la già appetibile commistione di generi, di stili, di registri, si vale di una lingua lussureggiante e quanto mai finemente maneggiata: gli studiosi hanno rilevato, per esempio, come l’eloquio dei personaggi colti (Encolpio, Eumolpo etc.) non solo si distingua da quello degli incolti (Trimalcione, gli altri liberti arricchiti etc.), ma anche varî di coloritura a seconda che i colti interagiscano tra loro oppure con gli incolti.

Detto questo, si capisce come il Satyricon abbia, a datare dalla sua riscoperta nel Rinascimento, rappresentato un ghiotto buffet sia per l’analisi scientifica che per la lettura di intrattenimento, nonché per tutti gli approcci intermedî tra ricerca spinta e lettura amena. Si capisce anche come i traduttori ripetutamente si siano cimentati a renderne la molteplicità di sapori. 

Raccoglie ora la sfida Monica Longobardi, che ha referenze singolarmente calzanti: è filologa romanza (professore all’Università di Ferrara), esperta di teoria della traduzione e capace di scrittura in proprio. Dal che, capacità di orientarsi con sicurezza nella pluralità di generi, di lingue, di registri dell’originale, e grande disponibilità di materiali linguistici – lingue e dialetti, proverbi e testi letterarî, gerghi veri e inventati ... – e infine capacità di riusarli con risultati esteticamente felici, per ricreare ad uso del lettore italiano la formidabile polifonia del testo.

Qui non c’è agio di intrattenersi in dettaglio sulle bellezze del testo di Petronio – sia la prima o l’ennesima lettura – e del testo di Longobardi e sulle molte delizie del dialogo tra i due: lo farà il lettore da sé, tanto più che – e anche in questo la traduzione rappresenta un passo avanti rispetto alle precedenti – la traduttrice rende puntualmente conto del suo lavoro in un’ampia introduzione e in un dettagliato apparato di note.