Fabio Pittorru,
La pista delle volpi,
Milano, Tropea, 2001

di Patrizia Arquint

     Il fascino nero dei Borgia non cessa d'ispirare la fiction. D'altronde, come resistere, trovandosi già bell'e pronti personaggi quali papa Alessandro VI o Lucrezia o Cesare Borgia, o storie come il misterioso assassinio di un altro figlio del papa, il duca di Gandìa, o la soppressione a freddo, da parte di Cesare, di quattro condottieri invitati ad un summit amichevole? Il rischio, per lo scrittore, è più che altro di essere inferiore ai modelli.

     Questo giallo, che ha come estremi temporali i due fattacci sopracitati, è ben congegnato. Per il resto, il problema è quello di ogni romanzo storico, cioè - stante l'oggettiva impossibilità della sincronia - il trattamento artistico dell'anacronismo: nel caso in esame, per esempio, abbiamo trovato divertente che l'io narrante sia ingaggiato da Cesare Borgia, per indagare, a "quindici ducati al giorno più le spese", tipo Philip Marlowe, e fastidioso che la figlia di un conte sia chiamata contessina, come la contessina Rosaura. Ma è questione di gusti, si capisce.