Livio Romano,
Mistandivò,
Torino, Einaudi, 2001

di Patrizia Arquint

     Eccone un altro: giovane (nato nel 1968), spigliato ("e mo' sgasiamocene subito ché s'è fatta 'na certa ora, e vaaai con la chitarina e take a walk to the wild side come on little baby sbruuuma sbruma pandino nostro bello" e così via), sperimentale (notare l'uso espressivo della punteggiatura: "E poi, agnuni mia: Fa caldo"), e soprattutto facondo, inesauribilmente capace - si direbbe - di produrre il suo civettuolo mix di dialetto (salentino, nella fattispecie), lessico giovanile e vario modernariato.

     Il libro consta di nove racconti, quasi tutti popolati dagli stessi personaggi: giovani (cioè: trentenni) alle prese col problema di come finire la serata e coi drammi dell'emigrazione, tipo il preside che fissa il consiglio di classe all'ora della siesta, oppure il fatto che in quel di Sassuolo si pasteggi ad acqua. La morale di cotanta chiacchiera è che "a un certo punto bbum diventi grande e non te ne capaciti", il che, però, non riesce a catturare la nostra attenzione nemmeno per le 182 paginette del libriccino.