Gaetano Savatteri,
La congiura dei loquaci,
Palermo, Sellerio, 2001

di Patrizia Arquint

     Stufi di Camilleri? Provate questo: niente finalini consolatorî, niente intrusioni omiletiche dell'autore, niente fidanzate rompiscatole (le scatole del lettore, s'intende). Niente uso ornamentale del dialetto, che pure fornisce l'ossatura alla prosa. Un'area di plurilinguismo, molto efficace, nella parlata siculo-americana del milite statunitense Semino (diminutivo di Sam: "Donworri, tenente. Lucco come i gatti, tenente"). Siamo in Sicilia, nel 1946. Fanno fuori il sindaco e - sorpresa - molti hanno visto e sanno e corrono a raccontarlo ai carabinieri, rendendo evidente che il colpevole è un certo tale con adeguati precedenti. (È una storia vera.) Nella piccola mole del libro c'è molto su cui riflettere. Per esempio: anche un ufficiale americano, con l'autista Semino, è sul posto, per indagare su un furto di camion: alla fine arriva a un prete che gli spiega come i camion sono stati sì rubati, ma che ciò è bene perché servono a dare lavoro alla gente. "È un santo!" si estasia Semino. È un santo?