Gilbert Sinoué,
Lady Hamilton,
Vicenza, Neri Pozza, 2005
 
"Emma ha il cuore in gola: è Cleopatra che si reca da Antonio. Lasciando all’imbarcazione appena il tempo di accostare, si lancia verso il Vanguard, sale la passerella, esclama: –Ah, mio Dio! È mai possibile?– e cade più morta che viva nell’unico braccio valido del suo eroe."

di Patrizia Arquint

     Emy Lyon, poi Emma Hart, nacque nel 1765 – molto povera ma molto bella – in un oscuro paesino del Cheshire, e nel 1791 diventò moglie di Sir William Hamilton, colto e raffinato e non più giovane ambasciatore di sua Maestà Britannica presso la corte di Napoli. Fu protagonista di un intenso e scandaloso affaire con l'ammiraglio Nelson e morì, nel 1815, in miseria.

     Non meraviglia che il personaggio di Emma s'incontri ripetutamente nei romanzi: in qualche feuilleton spensieratamente noncurante dei dati storici oltre che del senso comune, ma anche in opere di altro impegno ed altra riuscita. La migliore a tutt'oggi dev'essere L'amante del vulcano di Susan Sontag, incentrata sulla figura di Sir William.

     Il presente libro di Sinoué è un romanzo, ma protesta attenzione alle fonti storiche. In fondo al volume c'è la bibliografia, che sarebbe potuta essere meglio pasciuta e che risulta letta un po' in fretta: vedere per esempio i festosi squittii di Lady Spencer, moglie del primo lord dell'ammiragliato – "Gioia, gioia, gioia per voi, prode, coraggioso, immortale Nelson" – attribuiti a Lord Spencer medesimo.

   L'ambientazione storica è spesso sfuocata. A Sir William, sir in quanto cavaliere dell'ordine di Bath, ci si riferisce regolarmente come "Lord Hamilton", sul presupposto, evidentemente, che il marito di una lady debba per forza essere un lord. (E non si stanno a elencare i varî peccadigli del traduttore: tom tit non è 'Pollicino', che sarebbe Tom Thumb, bensì 'cinciallegra', e così via.)

     Molta approssimazione anche nello stile: "l'Orient, la nave ammiraglia da 120 cannoni, è letteralmente 'implosa'" (con le virgolette). L'Orient, a voler essere pignoli, esplose, senza virgolette, avendo un incendio raggiunto la polveriera. E quel "Ben Hallowell" che fece dono a Nelson di una bara ricavata da un pezzo dell'albero maestro dell'Orient (fatto notissimo ad ogni italiano in quanto vi si allude ai versi 134-136 dei Sepolcri "… al prode / che tronca fe' la trionfata nave / del maggior pino, e si scavò la bara") non era "un giovane marinaio" (figurarsi), bensì Benjamin Hallowell, capitano del Swiftsure (e poi come l'avrebbe recapitata, l'ipotetico marinaio, la bara a Nelson? "… questi depone sul cassero una bara": come, da solo? mettendosela in spalla come Schwarzenegger in Terminator 3?) E così via.

     Sul fatto poi che a Sinoué risulti non chiaro – probabilmente non credibile – che la rivoluzione napoletana del 1799 fosse di matrice borghese e non popolare, glissiamo, più che altro per carità di patria.

     Tanto più che nel libro di Sinoué – si rassicurino i lettori e le lettrici – non si tratta tanto di guerra né tanto meno di politica, quanto di amore. Al momento di descrivere la fatale passione di Nelson per Emma (e qui ci si aspetterebbe che il romanzo partisse ventre a terra) il compito viene demandato a un certo Georges Blond, autore di La Beauté et la Gloire: "le braccia di Emma, gli occhi di Emma, la sua bocca: nient’altro conta".

     È un vizio, peraltro: "il colpo di fulmine che alcune biografie amano dare per certo è da annoverare tra l'armamentario romanzesco dei racconti alla Delly". A pag. 164 si viene preavvisati: "a questo punto accade un episodio degno del Conte di Montecristo". Nel caso in cui Sinoué si scomodi a raccontarci qualcosa lui personalmente, senza attaccare il cappello a Dumas, a Delly e nemmeno a Georges Blond, questo è uno specimen del risultato: "l'ammiraglio riceverà il 6 ottobre le lettere datate... 24 agosto" (i puntini di sospensione sono dell'autore).