Nick Tosches,
La mano di Dante,
Milano, Mondadori, 2004

di Patrizia Arquint

     Stante che ormai, come locations narrative dell'avventura e del mistero le grandi biblioteche storiche e la Città del Vaticano danno dei punti alla giungla della Malesia e alle fogne di Parigi, Nick Tosches, che se non esagera non è contento, mette in scena la Biblioteca Apostolica Vaticana, dalla quale salta fuori l'autografo della Commedia di Dante.

     Il malloppo passa nelle mani di un illustre mafioso che ne affida l’autenticazione a uno scrittore di nome Nick Tosches (che trovata, eh?), il quale, come l’omonimo che firma il libro, è un appassionato di Dante.

     Il romanzo consta di due linee narrative che si alternano: l'una - protagonista Nick Tosches - è un noir brioso con tutti gli effettacci del caso (più - paghi due prendi tre - un'invettiva contro l'industria editoriale), l'altra - protagonista Dante - fra crisi mistiche e poetiche e letteratura e teologia e descrizioni liriche e un'iniezione di romance (la Gemma si duole che il marito scriva le poesie alla Beatrice e non a lei), è di una noia mortale.