Manuel Vázquez Montalbán,
Erec e Enide. La gioia della corte,
Milano, Frassinelli, 2002

di Patrizia Arquint

     Il professor Matasanz, autorevole studioso di letteratura medievale, acutamente conscio della sua "chioma bianca leggermente azzurrata dai riflessi, quei capelli che le mie allieve adorano quando vi si posa un raggio di sole" e salutato come maestro anche dal re Juan Carlos, sceglie Erec e Enide come argomento della lectio magistralis che terrà nel ricevere, a coronamento della sua carriera, un importante premio.

     Erec e Enide, come è noto, è un romanzo di Chrétien de Troyes scritto, in antico francese, intorno al 1170. Il prode Erec, fresco sposo di Enide, irretito dall'amore trascura le imprese cavalleresche. Quando si rende conto che ciò gli attira delle critiche, parte in cerca di avventure, portando con sé Enide. I due sposi incontrano così tre briganti, cinque cavalieri aggressivi, tre giganti, un conte fellone che vorrebbe impadronirsi di Enide e così via, fino al lieto fine.

     Si tratta dunque di conciliare i dettami dell'amor cortese con quelli della cavalleria. I critici, a seconda del momento, hanno visto in Erec e Enide anche una glorificazione della fedeltà coniugale oppure una riflessione sulla necessità di riconquistare l'amore giorno dopo giorno. Ogni generazione, d'altronde, ha le sue urgenze esistenziali: per il professor Matasanz e per i suoi coetanei (la moglie Madrona, la collega Myrna esperta del mito di Parsifal ed acutamente conscia di avere il seno che sta su da solo) il problema della fedeltà coniugale non si pone neppure.

     Matasanz racconta in prima persona, alternandosi con Madrona. Un terzo narratore racconta, in terza persona, le avventure di Pedro, nipote e figlio adottivo di Madrona e Matasanz, che, con la moglie Myriam, è all'opera come medico in qualche angolo di mondo e si sta confrontando con una vertiginosa serie di atrocità: tre briganti, cinque settarî assassini… A un certo punto ci rendiamo conto che le avventure di Pedro e Myriam ripetono quelle di Erec e Enide. Pedro e Myriam sopravvivono e riescono anche a riunirsi alla famiglia in tempo per il Natale. Torneranno laggiù? (Erec, alla fine del romanzo, diventava re succedendo al padre).

     È tempo di cambiamenti per tutti, peraltro, non solo per Matasanz che va in pensione. Madrona, poveretta, viene a sapere di essere malata. Myrna lascerà l’insegnamento e si dedicherà a spiegare ai finora trascurati nipotini "non chi sono Erec o Chrétien de Troyes o Defoe, ma George Bush o Putin" (poveretti i nipotini).

     Questo libro è ben riuscito. La narrazione è condotta con gran polso, il dato etico è trattato con fiducia nell'intelligenza del lettore e quindi con grande efficacia: niente pistolotti moralistici, per intendersi, quando, per esempio, la narrazione lascia Pedro e Myriam in balia di un maniaco sessuale omicida e stacca su Matasanz che si sceglie la cravatta ("sono abbonato alla rivista Uomo Vogue").

     La lectio magistralis di Matasanz, che ci viene integralmente comunicata (Vázquez Montalbán ha fatto studî di romanistica) non ci sembra tanto folgorante quanto ci si potrebbe aspettare da un cattedratico tanto aureolato, ma di lectiones non folgoranti se ne sentono, anche magistrales. Per lo stesso motivo non troviamo inverosimile che gli uditori della lectio di Matasanz incassino la finale citazione della stracitata dichiarazione di Maria di Champagne ("diciamo pure e affermiamo che l'amore non può estendere i suoi diritti sulle persone sposate") senza cascare sotto le sedie fulminati dal tedio.