Sebastiano Vassalli,
Un infinito numero,
Torino, Einaudi, 1999

di Patrizia Arquint

     La riuscita di questo libro era minacciata da almeno tre rischi. Primo, che il romanzo si riducesse a una dogmatica illustrazione dell'assunto posto in epigrafe, cioè che "tutti gli stati che il mondo può raggiungere, li ha già raggiunti, e non una sola volta, ma un infinito numero". (Nella fattispecie, al mondo succede che ogni tanto - ogni poco - piomba un popolo e ne stermina un altro, e questo viene qui esemplificato con la distruzione della civiltà italica ad opera degli Etruschi e poi con la distruzione della civiltà etrusca ad opera dei Romani.) Poi, c'è uno scrittore in scena (Virgilio), e quindi il rischio (poiché chi scrive il romanzo è uno scrittore pure lui) che ne venisse fatto un santino. Infine, la trama prevedeva quello che poteva essere un mezzuccio, cioè un Enea tutt'altro che pius, il che rischiava di strappare i consensi e gli applausi di tutte le vittime del professore o professoressa delle medie, e di far sprofondare tutta l'operazione nel piagnisteo scolastico. Nonostante tutto, l'autore è intelligente e sa raccontare.