Abraham B. Yehoshua,
Viaggio alla fine del millennio,
Torino, Einaudi, 1998

di Patrizia Arquint

     Siamo nel 999 dopo Cristo. Ben-Atar, influente mercante sefardita (cioè ebreo meridionale), ha, com'è l'usanza, due mogli. Suo nipote, però, che è anche suo socio e agente in capo al mondo (a Parigi), ha sposato un'ashkenazita (cioè un'ebrea settentrionale) che, inorridita dalla bigamia, esige che il marito si sciolga dalla società. Ben-Atar, sicuro che lo spettacolo della sua felice e normale situazione familiare convincerebbe chiunque della sua legittimità, salpa da Tangeri alla volta dell'Europa con le due spose, il terzo socio (che è arabo), un rabbino di Siviglia (che allora era una città dell'impero islamico) e una coppia di dromedari in regalo per la moglie del nipote. Inutile anticipare che le cose non sono così semplici, tanto che la storia per andare a finire (maluccio) necessita 376 pagine, che Yehoshua fa il tour de force di scrivere tutte senza dialoghi. Lui dice che l'ha fatto perché disperava di poter riprodurre credibilmente la lingua di persone di mille anni fa. Noi sommessamente consiglieremmo di far caso a come l'uso del discorso indiretto non permetta al lettore di dimenticare, per esempio, che sefarditi e ashkenaziti hanno bisogno dell'interprete per parlare.