Franco Zeffirelli, 
Autobiografia
Milano, Mondadori, 2006

"Durante gli anni e in circostanze, diverse sono stato più volte vicino alla morte. Se sono sopravvissuto non può essere stato semplicemente merito della Fortuna: ai miei occhi è sempre più chiaro che la mia sopravvivenza faceva parte del disegno di un ordine superiore."

di Patrizia Arquint

     È noto in cosa consista il genere letterario cui questo libro perentoriamente s'intitola, cioè l'autobiografia. L'autore, per definizione, è una persona fuori dall’ordinario. Sua madre è stata una persona fuori dall'ordinario. Anche il padre (sebbene in questo caso talvolta con qualche riserva). E così via.

     La presente autobiografia non delude le aspettative. L'autore è una persona fuori dell'ordinario. La madre, come già si sarà intuito, era una persona fuori dall'ordinario, come il padre, la zia, la balia, almeno un professore del liceo e così via. Il tutto con grande insistenza sulle radici fiorentine, tra frequente menzione di vecchie glorie municipali (Michelangelo, Leonardo, Machiavelli...) e salotto di nonna Speranza: "ricordo che avevamo due sedie pieghevoli in casa, chiamate 'savonarola', stile rinascimentale, e quando veniva a trovarci qualcuno zia Lide gridava: 'Franco, prendi la savonarola!'" (il fatto che costoro davvero riuscissero ad usare le savonarola per sedersi – lo diciamo per i giovani che non possono ricordarsele – conferma definitivamente che erano persone fuori dell'ordinario).

     Il tono è più o meno quello di un diario adolescenziale del quale l'autore sappia che almeno un genitore se lo va a leggere di nascosto ("visitammo le stupende cattedrali pugliesi, i trulli di Alberobello, l’imponente Castel del Monte costruito da Federico II"). E tale il tono più o meno rimane anche quando si passa ad argomenti che nel suddetto diario sarebbero stati omessi ma che in un'autobiografia sono de rigueur, tipo ragguagli sugli amplessi di mamma e babbo, oppure la rivelazione che Onassis ci ha provato. Non manca ovviamente il frate indegno ("d'un tratto sentii qualcosa di caldo e duro mentre premeva il suo corpo contro il mio") subito diventato il beniamino dei recensori.

     Ma il punto è un altro. Il lettore avrà notato che non abbiamo fatto ricorso allo sperimentato espediente retorico della preterizione, ovvero dire qualcosa facendo finta che non ci sia bisogno di dirla, tipo: tutti sanno chi è Franco Zeffirelli, il celeberrimo regista di teatro e cinema etc. Soprattutto non è stato necessario perché effettivamente tutti sanno chi è Zeffirelli, tanto che questi ha sempre potuto oppugnare alla critica ostile il proprio ampio seguito di popolo, ed il fatto che tale popolo, grazie a lui, sia stato messo profittevolmente a contatto con fenomeni di alta cultura e alta spiritualità (Verdi, Shakespeare, Gesù Cristo...) Perciò noi pensavamo che, leggendo questo libro, saremmo stati messi in contatto con qualcosa di più culturale e più spirituale del turbinante name dropping che invece ci abbiamo trovato (Luchino, Maria, Anna, Carlos, Richard e Liz, "l'Oriana", Paolo VI...)

     Non ci si fraintenda: non è che noi ora vogliamo tentare di convincere il lettore che del fatto che zio Gustavo fosse "molto ben dotato" (cfr. p. 116) non ce ne importi niente. Al contrario, ce ne importa in sommo grado. Cionondimeno, speravamo che in 520 pagine di autobiografia trovasse posto anche qualcosa di altrettanto inedito e interessante ma più strettamente attinente alla professione dell'autobiografo. Qualcosa c'è (che anche Zeffirelli trovi qualche difficoltà a trangugiare la Madama Butterfly e in particolare il personaggio di Cho Cho San, per esempio, è un'indicazione), ma poco. Si veda poi come a p. 492 viene, anzi non viene citata una certa opera libraria "di sette grandi volumi di tavole a colori ... magnifici volumi che ancora passo il mio tempo a sfogliare e che spesso mi servono d’ispirazione o da documentazione", della quale, nonostante tanta frequentazione e benché la bufera del name dropping mai non resti (e produca tra l'altro l'indicazione del libraio londinese in cui i libri sono stati comprati: "la mia amatissima libreria d'arte Zwemmer, in Shaftesbury Avenue"), non ci viene favorito né il titolo né l'autore (e la nota casa editrice Piper di Monaco viene amenamente citata come "Piper und Verlag di München"). Dal che si capisce che la presente autobiografia è rivolta ad un pubblico che dei libri può interessare semmai che siano grossi e con tante figure, e magari comprati in qualche posto che suoni bene, e che soprattutto il loro eroe, da quanti soldi ha, abbia sborsato una bella somma per comprarli, ma non altre caratteristiche tipo autore e titolo.

     Prendiamo atto e quindi non stiamo neanche a dire che sarebbe stato utile se la presente autobiografia fosse stata corredata da una sommaria cronologia dei lavori di Zeffirelli. Supplisce in parte un indice dei nomi, cui peraltro non avrebbe nuociuto un altro giro di bozze.