Khaled Fouad Allam,
Lettera a un kamikaze,
Milano, Rizzoli, 2004

di Domenico Balducci


     "Sono le cinque del mattino a Gerusalemme, le quattro a Roma e a Parigi, le ventidue a New York. Esci di casa, ti senti leggero, libero più che mai: perché da questo momento tutti i tuoi gesti saranno irripetibili". Khaled Fouad Allam, di origine algerina, sociologo del mondo musulmano e editorialista de "la Repubblica", si rivolge a lui, da poco entrato nella primavera dei suoi vent'anni.
 
     È un soliloquio accorato quello di Allam, contro i maestri dell’orrore che hanno convinto il suo giovane fratello a percorrere una strada di morte. Gli hanno letto i testi dell’Islam straniandoli dal loro contesto. Ma il Corano e i saggi musulmani che si sono succeduti nei secoli, da Al Zamahsari a Ibn Arabi, a Averroè, a Shahrastani dicono che nessun crimine può essere giustificato nel nome di Dio.
 
     Troppi musulmani vivono nella memoria di un passato grandioso, ma le dolci Baghdad, Damasco, Cordoba e Toledo non torneranno più in vita. L'antica casa di famiglia andalusa, di cui si conservano ancora le chiavi, è irrimediabilmente persa. E le morti innocenti non riusciranno a riaprire le sue porte.
 
     È tempo di liberarsi dal peso della memoria, è tempo di imparare il perdono. Per riuscire a vivere insieme.