Pupi Avati,
I cavalieri che fecero l'impresa,
Milano, Mondadori, 2000

di Domenico Balducci

     Le vicende storiche della Sindone ora conservata a Torino sono note e definite, a ritroso nel tempo, fino a metà del Trecento, quando la reliquia fu deposta nella chiesa fondata nel 1353, a Lirey nello Champagne, da Geoffroy de Charnay, valoroso e pio cavaliere francese morto il 16 settembre 1356 nella battaglia di Poitiers. Da dove la Sindone provenga e come sia giunta a Liray non è ancora dato sapere. Né sappiamo se la Sindone sia davvero il sudario in cui, secondo la testimonianza dei Vangeli, fu avvolto Cristo dopo la sua deposizione, e che, secondo alcuni, coinciderebbe col Mandylion, uno dei principali "volti santi" del mondo ellenistico-bizantino. Il Mandylion, venerato, a partire dal VI secolo, a Edessa, nella Turchia sud-orientale, fu poi trasferito, nel 944, a Costantinopoli, dove, infine, se ne perdono le tracce nel 1204 quando la città fu saccheggiata dai Franchi durante la quarta crociata. Sarebbe stato Ottone de La Roche, uno dei capi della crociata, poi duca di Atene, a trafugare la reliquia e portarla con sé nel suo nuovo feudo greco.

     Pupi Avati s'inserisce in questo punto della storia e si diletta ad inventare l' "impresa" della ricerca della Sindone da parte di un gruppo di giovani cavalieri di varia provenienza (un inglese, un francese, due italiani), accompagnati da un giovane fabbro che ha inavvertitamente giurato fedeltà al Maligno in cambio del segreto per forgiare una spada invincibile (escrementi di uccelli, piscio di donne gravide, Pater noster recitato all'incontrario davanti ad un crocifisso capovolto, in un'orrida spelonca infestata di pipistrelli nel folto del bosco etc.)

     Siamo nel 1270. Jean de Cent Acres, il cavaliere francese, è stato al seguito di Luigi IX di Francia nella sfortunata settima crociata. Il re è morto di peste a Tunisi, prima ancora di muovere verso il Santo Sepolcro, e Jean è all'avanguardia delle truppe che riportano in patria i resti del sovrano. Simone di Clarendon, il cavaliere inglese, viene dalla contea di Salisbury, nel sud dell'Inghilterra. Porta con sé una pergamena che svela il segreto del luogo in cui è celata la Sindone ed è diretto verso i luoghi della crociata per consegnare al re santo, di cui ignora la morte, la preziosa pergamena. Gli italiani, Vanni delle Rondini e Ranieri di Panico, sono due cugini, cavalieri maldestri e arroganti in cerca di gloria e ricchezza. Al momento sono in fuga dopo aver l'uno violentato una novizia e l'altro massacrato un arciprete.

     I nostri eroi s'incontrano in Italia, nella terra dei conti di Panico. Si combattono contendendosi la pergamena, ma, come nella migliore tradizione dei romanzi d'avventure, finiscono per associarsi nell' "impresa" che li condurrà attraverso l'Italia fino alla terra d'Otranto e da qui in Grecia, a Tebe, dove è nascosta la sacra reliquia.

     Il racconto delle loro avventure e degli ostacoli che dovranno superare durante il tragitto (causati per lo più dall'improvvida decisione di portarsi appresso un adepto di Satana), più che un romanzo è già la stringata sceneggiatura del film che ne è seguito, piena di tutti i correnti luoghi comuni sul Medioevo (duelli, giudizî di Dio, eretici, posseduti, monaci ciechi, roghi, stupri, massacri) indispensabili per ottenere i finanziamenti necessarî ad una megaproduzione.