Massimo Carlotto,
L'oscura immensità della morte,
Roma, Edizioni e/o, 2004

di Domenico Balducci
 

     Le intenzioni dell'autore sono dichiarate sin dalle citazioni ante testo: "...La grazia non è il premio della confessione. È un'opportunità di clemenza che considera l'interesse generale a far cessare una specifica pena, e solo la confusione demagogica delle idee fece inserire il rilievo del perdono della vittima. La grazia riguarda il rapporto del singolo condannato con le ragioni della legge. La vittima del delitto ha avuto dalla sentenza tutto ciò che le spettava. Giuseppe Maria Berruti. Consigliere Corte di Cassazione. (La Repubblica, 3 gennaio 2003).

     Carlotto vuole intervenire con questo noir nel dibattito sulla concessione della grazia a persone giudicate colpevoli di gravi delitti. Vuole mostrare come le persone meno adatte a giudicare l'opportunità di questa concessione siano proprio le vittime, che spesso, annientate dal dolore della perdita subita, coltivano soltanto, palese o nascosto in qualche recesso della loro anima, il desiderio della vendetta.

     Lo fa, da scrittore, narrando la vicenda estrema (topos peraltro non originale) della vittima che si trasforma in carnefice.

     Raffaello Beggiato è l'assassino, Silvano Contin la vittima. Durante una rapina Beggiato ha ucciso moglie e figlio di Contin. Il complice di Beggiato è fuggito col bottino e di lui non si è saputo più nulla.

     L'antefatto è narrato rapidamente nel prologo. La narrazione riparte dopo che sono passati quindici anni, quindici anni di galera per Beggiato e quindici anni di dolore per Contin, che è tuttora ossessionato dal ricordo delle ultime parole della moglie prima di spirare: "È tutto buio, Silvano. Non vedo più nulla, ho paura, ho paura, aiutami, è buio".

     Beggiato sarebbe rimasto a marcire in galera e Contin a marcire fuori della galera se non fosse accaduto un evento a cui Beggiato si attacca per cercare di riconquistare la libertà: ha il cancro. Vuole la grazia o la sospensione della pena per malattia per poi andare in tasca a tutti: recuperare la sua parte di refurtiva, scappare in Brasile e crepare, libero, tra le braccia di qualche puttana.

     Ma per avere la grazia deve ottenere il perdono della parte offesa. Contin, ricevuta la lettera in cui Beggiato e il suo avvocato gli chiedono di esprimere parere favorevole alla concessione della grazia, si risveglia dall’abulia in cui era piombato. Inizia così una serie di vicende che lo porteranno, in qualche modo, a soddisfare il suo bisogno di vendetta.

     Non ci sono giusti in questo libro. Beggiato è un balordo tossicomane che ha ucciso strafatto di coca. Contin è un borghese piccolo piccolo privo di qualunque etica, laica o religiosa che sia. Anche i personaggi al contorno, il gioiellere derubato, il complice e la sua compagna, la signora bene che assiste i carcerati, sono dei miserabili che credono di trovare nei soldi, a qualunque titolo posseduti, la dimostrazione della loro rispettabilità. L'ambiente è (troppo prevedibilmente) una non meglio definita città del Nordest.

     Il plot funziona e la narrazione avvince. Beggiato e Contin si alternano in prima persona e Carlotto è bravo nel cambio di registro tra il linguaggio e i pensieri dell'ergastolano e il linguaggio e i pensieri del "regolare".

     Però ad un certo punto le cose cominciano a non convincere, l'autore induce forzatamente Beggiato a comportamenti non coerenti con la personalità che gli ha disegnato addosso e il finale risulta francamente ingenuo. Che poi l'unica capace di sentimenti in tutto il romanzo sia la matura prostituta, anche questo è troppo facile e già visto.