Mahasweta Devi,
La preda,
Torino, Einaudi, 2004

di Domenico Balducci

     Mahasweta Devi, nata nel 1926, è originaria dell'attuale Bangladesh, ma si è trasferita in India all'indomani della separazione dei due stati. Appartiene ad una famiglia colta e benestante (suo padre era un famoso poeta) ed ha insegnato letteratura inglese all'università di Calcutta. Il suo impegno civile è dedicato, da più di cinquanta anni, alla difesa dei diritti degli adivasi, la minoranza tribale che sopravvive nelle zone interne dell'India, discendente dagli antichi aborigeni che popolavano la penisola indiana prima della discesa degli arii dal nord nel 1800 a.C.

     Gli adivasi rappresentano circa il 7% della popolazione indiana e vivono isolati nelle colline o nelle foreste, separati dalle comunità hindu e musulmane, mantenendo proprie tradizioni e credenze. Il loro modo di vivere è rimasto allo stato primitivo, basato per lo più su caccia, raccolta e forme rudimentali e inefficienti di agricoltura. Col tempo sono stati spogliati dei loro terreni e molti sono diventati preda della schiavitù per debiti.

     Mahasweta Devi ha fondato l’Aborigenal United Association con lo scopo di garantire loro i diritti elementari: cibo, elettricità, acqua, istruzione per uomini e donne, assistenza sanitaria.

     I sette racconti raccolti in questo libro denunciano la sottomissione degli adivasi e la violenza della suddivisione in caste, che si sovrappone a quella tra hindu, musulmani e tribali.

     Draupadi e La Preda sono racconti di donne fiere che si ribellano con forza alla loro condizione.

     Sementi e Sale parlano della violenza a cui ricorrono i locali possidenti per sedare le ribellioni degli adivasi.

     La statua, il racconto più lungo, parla della vita nel villaggio di Chhatim, a soli undici chilometri dal capoluogo del distretto, ma in realtà isolato dalla civiltà per la mancanza di una strada di collegamento. A Chhatim, alla fine degli anni '70, la vita scorre come negli anni '20 e la sorte dei suoi superstiziosi abitanti è ancora legata agli avvenimenti luttuosi che allora sconvolsero il villaggio. Solo il giovane Nabim lotta per cambiare il destino e rendere dignità alla vecchia Pishi, che sconta ancora, dopo cinquant'anni, la colpa di un impossibile amore.

     Dohouli è la storia spietata di una giovane adivasi che cede all'amore del sincero ma pusillanime Misrilal, di stirpe brahmina. I pregiudizi di casta avranno la meglio e nessuno, nemmeno sua madre, la difenderà. Sola, finirà per prostituirsi per sopravvivere.

     L'ultimo racconto, Kunti e le donne nishaadi, è ispirato al Mahabharata, lo sterminato poema epico indiano che racconta l'interminabile guerra per il potere tra i Kaurava e i Pandava. Mahasweta Devi immagina Kunti, madre dei Pandava, ormai vecchia, mentre trascorre la fine dell'esistenza in volontario esilio nella foresta assieme agli anziani cognati Dhritarashtra e Gandhari, sfortunati genitori dei Kaurava. Kunti è oppressa dal rimorso della sua responsabilità nella morte del figlio Karna, da lei abbandonato dopo la nascita. La vecchia regina non si dà pace, ma una vecchia tribale nishaadi, che incontra nella foresta, le riporta alla luce il ricordo di un delitto ancora più grave commesso nel passato. Un delitto di cui Karna non ha mai nutrito rimorso e di cui si è subito scordata: era una madre con cinque figli, erano innocenti, ma erano solo adivasi e la loro vita non valeva nulla.