Nega Mezlekeia,
Dal ventre della iena.
Ricordi della mia giovinezza in Etiopia
,
Milano, Mondadori, 2002

di Domenico Balducci

     Nega Mezlekeia è nato nel 1958 a Giggiga, nel Nord dell'Etiopia, una città polverosa che di notte rimane deserta ed è invasa dalle iene. Giggiga è divisa tra l'etnia amhar, cristiana ortodossa, e l'etnia somala, musulmana. La famiglia Mezlekeia è cristiana. Musulmano è invece un ospite fisso di casa Mezlekeia, Mustafà, che detesta lavorare e impartisce al piccolo Nega alcune nozioni di vitale importanza: "mi ha insegnato come mandare in frantumi un lampione (con una fionda e una buona mira), come convincere mia sorella a darmi il suo bicchiere di latte (sputandoci dentro) e come evitare i compiti a casa senza essere rimproverato dal maestro (fingendomi malato e copiando dai compagni)". La signora Yetaferu, l’altra ospite fissa di casa Mezlekeia, invece è cristiana: crede in Gesù Cristo e soprattutto nei santi, ma non trascura il culto dei Wukabi, gli spiriti personali, e dell'Adbar, l'albero sacro di famiglia, con la debita discrezione in modo da evitare gelosie tra santi cristiani e Wukabi. Neanche la signora Yetaferu lavora, perché le devozioni le prendono tutto il tempo.

     Bisogna poi guardarsi dai Buda, capaci di dare il malocchio e di provocare malesseri improvvisi. Meglio non frequentare i Lalibela, che, in particolari periodi dell'anno, sono costretti a chiedere l'elemosina al alta voce prima dell'alba, se no si ammalano di lebbra.

     Se ci sono gravi problemi da risolvere, si consulta lo sciamano. Anche i genitori di Nega, per far rinsavire questo bambino troppo vivace e perennemente in conflitto coi maestri di scuola, non esitano a sottoporlo alle pratiche consigliate dallo sciamano, cioè vere e proprie torture inflitte in nome dell'amor materno.

     Il padre di Nega è un importante funzionario statale e dunque, nella povertà generale, fa parte dell'élite. Nega, perciò, ha potuto godere di un'istruzione superiore e laurearsi in ingegneria all’università di Addis Abeba. Non è stata però la sua una vita facile e serena: l'adolescenza di Nega, infatti, coincide coi terribili anni della fine del regno di Hailé Selassié e della dittatura militare di Menghistu. Nega è dapprima uno studente contestatore (già in galera a quattrodici anni, per aver manifestato con lo slogan "la terra a chi zappa"), poi guerrigliero. Suo padre, ucciso all'indomani della rivoluzione, e sua madre, caduta sotto i colpi dei ribelli somali, sono due fra le centinaia di migliaia di vittime della guerra, della fame, della repressione. Nega però è fortunato: sopravvive e può, grazie a una borsa di studio, abbandonare il paese e rifugiarsi prima in Olanda e poi in Canada, dove attualmente vive. Ci si potrebbe aspettare che l’autobiografia di Nega Mezlekeia, terminata la parentesi dell'infanzia, dei dispetti ai danni dei maestri e dei divertenti ritratti dello scroccone Mustafà e della beghina Yetafaru, sia un cupo e retorico resoconto di atrocità; invece è un racconto favoloso e ironico, popolato di personaggi che restano nella memoria del lettore, di fiabe e di leggende, di usi e costumi tribali, che scorrono in primo piano mentre gli avvenimenti storici rimangono sullo sfondo, senza riuscire, nemmeno nei momenti più terribili, a sopraffare lo spirito di sopravvivenza, la voglia di crescere e di avere un futuro.

     La critica si è trovata d'accordo nel definire Nega Mezlekeia il García Márquez africano: un García Marquez, però, con meno epica e più humor.