Abraham B. Yehoshua,
Il responsabile delle risorse umane. Passione in tre atti,
Torino, Einaudi, 2004

di Domenico Balducci

     Una donna muore in un attentato suicida a Gerusalemme. Nella borsa, assieme alla misera spesa, è rimasto il cedolino del suo ultimo salario. Lavorava come addetta alle pulizie in un grande panificio. Era straniera e viveva da sola in una misera baracca. Per giorni il suo corpo giace all'obitorio senza che nessuno lo reclami. Un giornalista d’assalto fiuta lo scandalo e accusa l'azienda di mancanza di umanità per non essersi nemmeno accorta dell'assenza della propria dipendente.

     Il titolare, uomo d'altri tempi, giunto ormai in vista del capolinea, è preso da tardivi rimorsi e non accetta che la sua azienda e lui personalmente vengano accusati di insensibilità. Incarica quindi il giovane direttore del personale di occuparsi del caso per rimediare alla gaffe, partecipando alla ricerca dei familiari, occupandosi delle esequie ed elargendo un generoso indennizzo ai parenti.

     Il direttore, che inizialmente trova esagerati gli scrupoli del vecchio ed esegue i suoi ordini con malcelata irritazione, si lascia progressivamente coinvolgere dalla vicenda di Julia Regajev, unico personaggio del libro di cui conosciamo il nome.

     Così la rivelazione delle ultime vicende della vita della donna si intreccia alla presa di coscienza delle zone oscure della sua esistenza e il lungo e tortuoso cammino che intraprende per trasportare il feretro della donna nei luoghi richiesti, in contraddittoria e angosciata successione, dall'ex marito, dal giovane figlio e della vecchia madre, si intreccia con l'interiore cammino di liberazione dalle sue aridità e di riscoperta della propria umanità.

     Ma altri simboli sono nasconti nella trama delle vicende.

     La vicenda di Julia Regajev, russa e cristiana ortodossa, riflette il fenomeno del massiccio arrivo dall'area ex sovietica di immigrati di fede non giudaica, fenomeno che sta stravolgendo il tradizionale equilibrio fondato sull'identificazione tra nazionalità e religione.

     Julia ha scelto di vivere a Gerusalemme, anche se, ingegnere, non ha trovato lavoro migliore di addetta alle pulizie, perché sente questa città come propria e come l'unica in cui possa trovare il modo di elevarsi e mutare il proprio destino. Un città che non può essere divisa e che deve restare patrimonio di tutti, ebrei, arabi e cristiani.

     E il tormento personale del responsabile delle risorse umane corrisponde a sua volta al tormento dell'Israele di questi ultimi tempi.

     Una Israele chiusa, attonita, inaridita dalla morte che è entrata dentro le città, travolge i civili, gente che è seduta ai tavoli di un caffè o che viaggia su un bus. Il rapporto con la morte, con i rituali per elaborare il lutto è cambiato. Ormai le forme di elaborazione più praticate sono l'indifferenza e l'oblio.

     Il percorso seguito dal direttore è esattamente il percorso che dovrebbe compiere la società israeliana: uscire dal proprio guscio, sconfiggere la propria indifferenza, recuperare la propria umanità e aprirsi al mondo.