Abraham B. Yehoshua,
La sposa liberata,
Torino, Einaudi, 2002

di Domenico Balducci

     La sposa in questione è Galia, la giovane donna che, dopo un anno di matrimonio, ha improvvisamente ripudiato il marito Ofer, figlio del protagonista, Yohanan Rivlin, professore di storia mediorentale all’università di Haifa.

     Ofer, che da allora si è trasferito a Parigi, non ha mai rivelato le ragioni del divorzio, ma, a cinque anni di distanza, soffre ancora di questa separazione e non ha ancora trovato, o voluto trovare, una nuova compagna.

     Rivlin non ha mai accettato di restare all'oscuro del motivo del divorzio del figlio e coglie l'occasione della morte dell'ex consuocero per riallacciare i contatti con la famiglia della ex nuora e indagare i misteri che vi si celano.

     Il libro è quindi apparentemente la narrazione delle sue vane ricerche, svolte contro la volontà della moglie Haghit, giudice distrettuale, donna razionale e brillante, incline a lasciare che il figlio esca da solo dalla penosa situazione in cui si dibatte.

     In realtà, come accade spesso nei libri di Yehoshua, alla trama principale si sovrappone un fitto ordito di vicende che finiscono per prendere il sopravvento e che costituiscono, forse, esse stesse la vera ragione del testo.

     Uno di questi fili narrativi, che si dipanano lungo tutto il romanzo, è la descrizione degli studi di Rivlin, che indaga il passato per scoprire le origini antiche della follia che insanguina l'Algeria, e del suo rapporto con gli altri studiosi, i vecchi come lui, affezionati alle proprie antiche teorie e i nuovi, brillanti, sicuri di sé fino al limite dell'arroganza e incomprensibili ai primi.

     Un altro filo porta a loro, gli altri, gli arabi, oggetto teorico dei suoi studi, che vivono la loro vita separata nei Territori, simulacro di nazione araba nella nazione ebraica.

     L'anziano Rivlin, infatti, ormai deciso ad ignorare i saggi inviti della moglie alla prudenza, non solo continua ad approfittare di ogni pretesto per tornare sui luoghi del matrimonio del figlio, ma si lascia coinvolgere dagli inviti della tormentata allieva araba Samaher a partecipare prima al suo matrimonio e poi, complici i parenti di lei, col cugino Rashed in prima fila, a raggiungerla al suo capezzale di malata immaginaria per verificare a domicilio gli stentati progressi della sua tesi di dottorato.

     Finisce così per rimanere volontario ostaggio per intere giornate nei Territori degli amati e temuti arabi, di cui condivide i ritmi del Ramadan, ai cui tavoli viene rifocillato e nei cui letti viene fatto riposare. L'inquieto Rashed è la sua guida, il suo messaggero e autista, che lo conduce, in lunghe corse notturne, da un villaggio all'altro, da una visita alla sua sfortunata sorella, ad un recital di canti liturgici bizantini di una suora libanese dalla voce celestiale, ad un festival di poesia araba.

     Sarà proprio questo festival il crocevia in cui confluiscono tutti i separati rivoli narrativi: la ricerca della verità sul figlio, rappresentata da Fuad, fedele capocamerire dell'albergo degli ex consuoceri, il mondo dell'università, rappresentato da Carlo e Hana Tedeschi, bizzarra coppia di nevrotici intellettuali, l'allieva Samaher e il cugino Rashed, la moglie Haghit.

     Sono tanti i personaggi che popolano questo romanzo: arabi, cristiani, ebrei. Yehoshua li disegna con la sua solita maestria e ci fa sentire quanto siano allo stesso tempo uguali, ospiti della stessa terra, e irrimediabilmente diversi, con secoli di storia sulle spalle a separarli.

     Rivlin non riuscirà mai a sapere le ragioni del ripudio del figlio ma il suo affannoso girovagare riuscirà comunque a far emergere la verità e a dare al figlio, forse, la possibilità di ricominciare.