Muhammad Yunus,
Il banchiere dei poveri,
Milano, Feltrinelli, 1998

di Domenico Balducci

     È uscito di recente un libro singolare e affascinante. È allo stesso tempo un libro di economia, di morale, di metodo scientifico, di organizzazione aziendale, di politica, di filosofia.

     Non è l'esposizione di una teoria, ma la storia di un uomo, Muhammad Yunus, e della sua creazione, Grameen.

     Yunus è figlio di uno dei paesi più poveri del mondo, il Bangladesh, continuamente in bilico tra carestie e inondazioni. È, nel suo paese, un benestante, una persona colta e cosmopolita: ha studiato in America e, al suo ritorno, è stato presto nominato direttore del dipartimento di scienze economiche dell'Università di Chittagong.

     Nel 1974, anno della grande carestia, l'endemica povertà del Bangladesh assume un volto ancora più feroce. La gente muore di fame per la strada, e Yunus si trova ad assistere impotente. Le eleganti teorie economiche che spiega ai suoi studenti non sono in grado di spiegare ciò che vede uscendo dall'aula.

     Decide quindi di tornare a fare lo studente, di imparare tutto da capo studiando direttamente la vita dei poveri del vicino villaggio di Jobra. L'incontro con una donna del villaggio gli svela la verità:

     "Come si chiama?"

     "Sufia Begum."

     "Quanti anni ha?"

     "Ventuno."

     Non prendevo nota delle risposte perchè questo l'avrebbe spaventata; al ritorno avrei chiesto di farlo ai miei studenti.

     "È suo il bambù che usa per lavorare?"

     "Sì."

     "Dove lo prende?"

     "Lo compro."

     "E quanto lo paga?."

     "Cinque taka." Cinque taka equivalevano a 22 centesimi di dollaro.

     "Impiega soldi suoi per pagare?"

     "No, me li faccio dare dal paikar."

     "Dal rivenditore? E quali sono i vostri accordi?"

     "Io gli rivendo gli sgabelli alla fine della giornata, così ripago il debito e quello che rimane è il mio profitto."

     "A quanto rivende gli sgabelli?"

     "Cinque taka e cinque paisa."

     "Così il suo guadagno è di cinque paisa."

     La donna confermò con un cenno del capo. Il guadagno di una giornata ammontava in tutto a due centesimi.

     "E non potrebbe farsi prestare il denaro e comprare per conto suo il materiale?"

     "Si, ma quelli che lo prestano vogliono molti interessi. E quando ci si intriga con quelli, si diventa solo più poveri."

     "Quanto vogliono in generale?"

     "Dipende. Certe volte il 10 per cento a settimana; ma io ho un vicino che paga addirittura il 10 per cento al giorno!"

     "Insomma, quello che ricava da questi bellissimi sgabelli sono in tutto 50 paisa?"

     "Sì."

     Sufia patisce la miseria perchè le mancano 22 centesimi di dollaro. Con questi soldi potrebbe rendersi indipendente dal paikar, acquistare il bambù alle condizioni migliori e vendere i suoi prodotti direttamente al mercato, quadagnando ben più dei due centesimi di dollaro che ora guadagna in un giorno.

     La scoperta è sconvolgente. A conti fatti, quarantadue famiglie del paese sono ridotte alla fame per meno di ventisette dollari, ma nessuna istituzione è disposta a finanziarle, lasciando così spazio agli usurai.

     Yunus rifiuta subito la soluzione più semplice, la carità, che avrebbe tacitato la sua coscienza, ma che non avrebbe risolto il problema. Decide invece di considerare i poveri come operatori economici dotati di capacità di reddito e di solvibilità: finanzierà lui i poveri di Jobra, prestando, non regalando, i ventisette dollari di cui hanno bisogno. È l'inizio di tutto: è nato il microcredito.

     In breve, da un prestito personale di ventisette dollari si passa al coinvolgimento dell'agenzia locale della Banca Janata, che nel dicembre 1976 fornisce un'apertura di credito a favore dei poveri di Jobra, con la garanzia personale di Yunus. Nel 1977 nasce l'Agenzia Grameen della Bangladesh Krishi Bank, fino a che nel 1983 la Banca Grameen diventa una banca indipendente.

     La Banca Grameen è una vera banca nel senso che presta denaro per guadagnarci e non a fondo perduto. Chi riceve denaro deve restituirlo nel tempo pattuito, pagando un equo tasso d'interesse. I prestiti vengono elargiti solo a chi ha capacità e voglia di impegnarsi in un'attività che gli permetta di restituirli.

     La differenza fondamentale, rispetto alle banche tradizionali, è che non viene richiesta garanzia di nessun tipo e che i crediti sono di ammontare minimo: appena quello che serve a uscire dalla morsa dell'usura e iniziare un'attività autonoma, a passare dalla vergogna della miseria alla dignità di una povertà autosufficiente. Forse nessuno dei clienti di Grameen è diventato un nababbo, ma in compenso centinaia di migliaia di persone hanno potuto prendere in mano il proprio destino.

     E la banca non ha perso un centesimo; anzi, in un paese in cui le grandi banche, tutte statali, collezionano bancarotte, puntualmente ripianate coi sodi dell'erario, la Banca Grameen è rigorosamente in attivo, con un tasso di recupero prossimo al cento per cento, impensabile per una qualunque banca capitalistica: i poveri possono essere solvibili, ed esserlo più dei ricchi.

     È rivoluzionario? Certo, e non solo in quel paese. Quello che colpisce, però, è che Grameen sia il risultato di un'analisi condotta con un armamentario culturale tradizionale, senza contaminazioni ideologiche o religiose. Che le idee più rivoluzionarie siano frutto del buon senso?

     Dopo la lettura di questo libro forse ci renderemo conto che la carità, anche la nostra quotidiana, lungi dal risolvere i problemi del povero, è invece un insulto nei suoi confronti. Forse nutriremo dubbi sui reali effetti e sulle reali destinazioni dei cosiddetti aiuti umanitari internazionali. Forse, di fronte a teorie economiche e sociali sullo sviluppo e il sottosviluppo, ma non solo, ci chiederemo se il suo ideatore le ha provate sul campo, come ha fatto Yunus, che un giorno è sceso al villaggio ed è andato a parlare con Sufia Begum per capire da lei il perché della sua povertà.